Posts Tagged 'social life'

il tempo dell’incertezza

Che cos’è l’incertezza?

Essere non sicuri. Non fermi. Instabili.

Chiedersi ogni giorno che cosa ne sarà di noi domani. Sentirsi intrappolati in una rete pesante di cause ed effetti da cui (sembra) non si può uscire. Finire tutte le frasi con : “Mah.” e rivolgere gli occhi al cielo, o in basso per terra con sconsolatezza. L’incertezza oggi è amaro in bocca, dopo i bagordi del secolo passato. E’ aver creduto in illusioni di stabilità e felicità per tutti gli esseri umani, e non potersi aggrappare a un saldo punto di appoggio.

Dopo aver scoperto come soggiogare l’energia elettrica e quella atomica, dopo aver vissuto nell’ovatta di un meccanismo semplice e fortunato come quello di: “spendo soldi in giro a casaccio, faccio guadagnare le aziende, le aziende mi assumono dandomi a disposizione una cifra che spendo, per far guadagnare le aziende….” ci svegliamo, e siamo nudi. La coperta è stretta e ce ne siamo accorti dopo aver buttato via tutti i maglioni pesanti e la lana.

Un numero a ripetizione costante di eventi dalla luce nera sta scuotendo il nostro mondo, dai paesi più poveri a quelli più ricchi. Legati tutti gli uni agli altri, e la causa effetto ha appena iniziato a far cadere il castello di carte. Che cosa sta succedento alla nostra società? Perché i giovani non sorridono più pensando al futuro e perché si ubriacano tutti i week end fino a vomitare e fanno sesso con disprezzo a dodici anni?

E’ proprio l’incertezza il nodo della questione. Siamo caduti nell’incertezza, perché la superassimo e perché ci ripulissimo da vecchie strutture ormai obsolete.

La nostra speranza non deve morire. Deve oggi fortificarsi, aiutarci a combattere fino all’estremo delle nostre possibilità. Dobbiamo superare l’incertezza per trovarvi dietro la forza del mondo, la forza dell’uomo, la certezza di quel qualcosa al di là di tutto che ci guiderà e ci sosterrà. Che cosa sia, dobbiamo essere noi a scoprirlo.

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l’era della terza pagina (o della riscrittura)

… Verso quell’atmosfera di tramonto si assumeva anche l’atteggiamento cinico, si andava a ballare e si dichiarava che le apprensioni per l’avvenire erano stoltezze d’altri tempi, si schiccheravano articoli sentimentali sulla prossima fine dell’arte, della scienza, del linguaggio, si riscontrava con una certa voluttà suicida, nel mondo cartaceo delle appendici giornalistiche, una completa demoralizzazione dello spirito, un’inflazione dei concetti, e si fingeva di assistere, con placido cinismo o con rapimento da baccanti al tramonto non solo dell’arte, dello spirito, del costume, dell’onestà, ma persino dellEuropa e del mondo. Mentre si leggevano tanti articoli e si ascoltavano tanti discorsi, non si prendevano tempo e modo di fortificarsi contro la paura, di combattere dentro di loro la paura della morte, ma vivevano tremando senza alcuna fede in domani. (…) C’erano poi le conferenze. In quelle conferenze l’ascoltatore era del tutto passivo e vi si presupponeva tacitamente qualche suo rapporto con l’argomento, una preparazione, una capacità di comprensione che nella maggior parte dei casi non c’erano. Nell’incertezza e nella falsità della vita spirituale di quel tempo, che pure dimostrò grandezza ed energia in parecchi altri riguardi, noi oggi vediamo un sintomo dello sbigottimento che colpì lo spirito quando al termine del periodo di apparenti vittorie e prosperità, si trovò di’improvviso davanti al nulla, a una  grande miseria materiale, a un periodo di burrasche guerresche e politiche, a una repentina diffidenza verso sé stesso, verso la propria forza e dignità.
La storia universale ci sembra di scarso valore. Consta nella maggior parte dei casi di brutali lotte per il potere, per il possesso di terre e materie prime, per il denaro, insomma, per cose materiali che noi consideriamo spregevoli e contrarie allo spirito. Diffidiamo altresì di un certo modo di considerare e scrivere la storia, che era molto in auge nel periodo di decadenza antecedente alla fondazione dell’Ordine: la così detta filosofia della storia. Essa ci diede in Hegel il fiore più intelligente, ma portò nel secolo successivo  alla più odiosa falsificazione della storia e allo svilimento del senso della verità. Il culto di tale pseudodisciplina è per noi uno dei principali caratteri di quell’epoca di declino spirituale e di acerrime lotte per la conquista del potere che talvolta chiamiamo “secolo guerresco” o più spesso “era della terza pagina”. La sventura di quel tempo fu di non possedere un solido ordinamento morale da contrapporre all’irrequietezza e al dinamismo derivanti dalla rapidissima moltiplicazione degli uomini.

Josef Knecht, Maestro del Giuoco delle perle di Vetro. (Herman Hesse, 1943)
I romanzieri usano le bugie per dire la verità. La storia del secolo guerresco usa la verità per dire le bugie.

Volendo riempire la luna

piattaforma della crescita infinitaEcco qui una favoletta ambientata nel 1700, verso la fine.
Un gruppo di uomini alti e grossi, con occhiali e strumenti scientifici, sacche di denaro, scartoffie piene di numeri, stanno confabulando animatamente. Si danno pacche sulle spalle, pugni sul bancone del bar. Credono di essere giunti all’EUREKA. Si sono inventati una linea ascendente. Più che una linea, una pedana. L’hanno tirata su, questa pedana, in modo che mirasse diritta fino al sole. Poi, tutti contenti, stavano per salire. Al momento clou, un gruppetto di ombre (che, nel frattempo, si erano sollevate da terra di soppiatto) hanno picchiettato alla loro spalla insistentemente e si sono fatte sentire.
OMBRE: “Scusate, signori, che state facendo?”
PIONIERI DEL PROGRESSO: “Stiamo costruendo la linea del progresso infinito, questo è ovvio.”
OMBRE: “Singori, ma come potete fare questo? Avete voi delle ombre, che state lasciando indietro, e non potete farlo! Se vi avvicinerete al sole noi ci scioglieremmo, e voi non potete vivere senza ombre, senza le vostre care ombre.”
PIONIERI DEL PROGRESSO:”Oh, si che possiamo, e adesso ce ne andiamo, su, con tutta l’umanità al seguito. Su, fino al sole senza pause.”
OMBRE: “Attenti, attenti, vi farete male lassù! Come potete pensare di crescere infinitamente, se questa crescita comporta che cresciate anche in numero e quantità, in grasso e pretese, dove metterete tutto?”
PIONIERI DEL PROGRESSO: “In che senso?”
OMBRE: “Se ora credete di poter crescere infinitamente e quindi arrivare al sole senza pause, immaginerete che alla sfretnata crescita corrisponda uno sfrenato accumulo di cose, persone, rifiuti.”
PIONIERI DEL PROGRESSO: “Beh, oh, beh..”
OMBRE: “Non ci avevate pensato. Allora immaginate che questo accumulare, prima o poi, dovrà trovare un luogo dove essere contenuto. Immaginate che non ci siano scherzi e che la crescita prosegua. Un giorno avrete riempito tutto il pianeta con le vostre cose del progresso: pieni i mari, pieni i fiumi, stracolme le montagne, strabordanti le cavità della terra! E poi? Dove andrete a sconfinare? Anche pensando che il vostro sogno possa avverarsi, forse dovreste già pensare a una strategia di riserva per questa faccenda della crescita infinita.”
PIONIERI DEL PROGRESSO:”Oh, no, brutte, brutte e cattive ombre, perché ci dite queste brutte cose pessimiste?”
OMBRE: “Se anche voleste crescere all’infinito dovrete sempre tenere di conto che la terra è finita. Ha, cioè, dei confini ben visibili. E come strategia di riparo estremo, dovreste cominciare ad accumulare roba sulla luna, tanto per dirne una. Riempireste anche quella, e poi dovreste trovare altri posti. E trovare anche i mezzi per viverci, lassù senza ossigeno. Suvvia, è un gran pasticcio. Fermatevi prima che sia tardi, e riflettete meglio!”
Silenzio. Un uomo dà una gomitata ad un altro, si scambiano un occhiata di intesa. Piano piano, fischiettando, circondano le ombre. Le infilano in dei sacchi neri, e una volta chiusi bene, le stipano in un container per ombre ribelli. E cominciano a salire sulla pedana della crescita infinita, tirandosi dietro tutta l’umanità.

Tratto da: Le favole di “E dopo?”

Cultura al potere, cultura alla ghigliottina

leone

un post sulla cultura

Avete già la barba a sentir nominare la parola cultura? Aspettate un attimo. Riflettete sul vostro senso di essere uomini. Di aver per lo meno una volta nella vita sfiorato l’idea di creare qualcosa di vostro. Un disegno da bambini, una pennellata da giovani, un racconto da adolescenti, un ricamo, un passo di danza, un pensiero sul mondo e sulla vita. Ecco, fermi adesso, ancora un istante. Avete capito? Se avete attraversato almeno una volta uno di quei momenti, beh, avete prodotto niente  di meno che cultura, si, anche voi lo avete fatto. No, non avete guadagnato la pagnotta così facendo ma avete espresso la vostra libertà di essere uomini e di creare. Pensateci un attimo in più. Questo vostro atto di creare deriva certamente anche da una serie di nutrimenti a cui potete attingere. Libri, disegni, dipinti, racconti, immagini, opere di molti generi. Immaginate che vi venga tolta del tutto questa capacità e così vengano cancellate tutte le fonti di nutrimento, impedita la formazione di qualsiasi oggetto “culturale”. Immaginate una tabula rasa di tutto quanto. Una creatività esclusivamente votata a vendere meglio, di più, in modo più subdolo. A creare eserciti di oggetti sempre più inutili o sempre più utili. Una creatività solo di numeri e codici. Ebbene. Sono passati molti anni da quel lontano 1789, dall’Encyclopedie e dal momento in cui sapere in qualche modo significava potere. Oggi per l’ennesima volta ho sentito uscire dalla bocca di un giornalista e direttore editoriale la frase “il destino dell’editoria e della carta stampata è incerto, tanto incerto che non si sa come andrà a finire”. E’ vero certo. Dall’avvento dell’immagine e soprattutto dell’immagine in movimento la parola scritta è stata screditata, dilaniata, raggirata: eppure i libri godono oggi di una superiorità culturale mai vista nei secoli. Di sicuro sparirà tutto, i giornali e i giornalisti, i libri e gli scrittori, le opere d’arte e l’insegnamento. Tutto lo scambio interpersonale avverrà tramite video registrati con il cellulare, unica forma culturale ammessa e in espansione. Non è questa una paura? _ Scusateci. Bussano alla porta. “Chi è che disturba?”
Oh, nulla. Era solo l’ennesimo  prodotto culturale rantolante che si è trascinato troppo a lungo fra gli scaffali di un supermercato, consumandosi completamente a forza di essere consumato come una barretta di cereali. E la sua fine è triste, guardate come rantola… e non possiamo far niente per sollevarlo. La cultura umanistica è stata messa al bando.
Giudicata inservibile per la società attuale e futura, ogni tentativo di inserirsi in un ambito culturale per un giovane è tacciato di balsfemia. “Cosa credi che sia figliolo la vita? Certi mestieri non hanno futuro e non servono più a niente.” Dicono tutti. Poveri giullari destinati a soffrire per la loro vocazione a parlare e raccontare qualcosa agli altri. Parole queste, rivolte a chi vorrebbe ardentemente mettere il proprio valore al servizio di questo gigante in agonia; per ogni alzata di mano, timida o irruente giudicata con una mannaia che cade, pesante, sulla testa del ragazzo in questione: “Non c’è spazio per la cultura. E non ce n’è per te.”
Non ce n’è nei musei, non nelle biblioteche, non nelle case editrici, non nelle riviste, non nei programmi televisivi, non nelle redazioni on line, non nelle associazioni culturali, sociali, nelle scuole, nel teatro, e l’elenco potrebbe essere infinito. Un blocco totale, muro invalicabile. Parole ardenti queste per tutti coloro che si sentono diversi, emarginati, esclusi da una società che richiede solo infinite schiere di venditori e rappresentanti, abili mercanti in grado di sollevare le sorti commerciali di qualsivoglia realtà economica. Parole che seppelliscono la speranza di un risorgimento culturale che vada al di là della tradizionale rappresentazione della cultura come una fila di polverosi volumi zeppi di parole inutili. Un patrimonio culturale che non è solo italiano, ma umano nel senso completo del termine: cultura vuol dire rielaborazione, vuol dire espressione sociale, vuol dire valvola di sfogo per la pressione che si sopporta in altri campi della vita, vuol dire diritti individuali, vuol dire scambio, relazione, vuol dire apprendimento sotto tanti punti di vista. In un regime in cui non c’è spazio per forme culturali umanistiche – a meno che non siano vendibili come prodotti di consumo e dunque svuotati della loro carica per l’eccessiva attenzione all’aspetto economico e per il livellamento (devono piacere il più possibile) proprio qui si dovrebbe fare diventare un lavoro sociale quello della cultura. Un lavoro vero. Si, le espressioni umanistiche possono risultare all’avanguardia quanto la scoperta di una particella quark in fisica. Santissima Cleopatra, è la mente, la mente che si esprime con numeri o parole, credete che sia così diverso?
Perché le scienze umanistiche  (scienze sono) scavano nell’animo dell’uomo in evoluzione, nella società, nell’espressione dell’intelletto in continua trasformazione.

Banditi i sogni e le rappresentazioni, bandite le speranze per i giovani intelletti, così, viene bandito il futuro.
Per tutti coloro che hanno voglia di combattere perché questo non avvenga, perché tutte le armi a disposizione siano messe al servizio di un fine più nobile di un’esistenza individuale. La cultura di tutti, che è fratellanza, che è umanità, che è domani.

Per i leoni. Un articolo interessante sulla imminente insurrezione globale: “The Coming insurrection. Il libro è importante perché spiega la totale bancarotta di tutto. Noi viviamo in un’estetica ampollosa con contenuto zero”.

Narratori bianchi al servizio della patria

Si sta formando un esercito. Alle pendici dei colli scuri si radunano uomini valorosi, donne coraggiose con gli avambracci bendati di bianco, si siedono mano a mano all’ombra di tende erette da poco, accendono fuochi, si dissetano prima della grande avventura. Hanno una missione grave da compiere, nell’eterna lotta fra il bene e il male. Non hanno armi, hanno nelle sacche dei volumi di ogni genere, e ognuno di loro possiede una penna, con una forgia diversa.

Che cosa può significare scrivere? Per quale motivo una persona dice “voglio scrivere, mi piace scrivere?” Quale connessione può trovarsi fra “il libro” e “lo scrivere?”

Borges ci racconta in Oral che il libro ha acquisito nei secoli uno status sempre più importante. Forse all’epoca della biblioteca alessandrina il libro non era considerato in quanto tale uno strumento autorevole e fondamentale per la cultura. Sappiamo che molto dei maestri dell’antica Grecia diffondevano le loro lezioni oralmente. Eppure, nel tempo, passando per i libri sacri contenenti “la parola” siamo arrivati agli ultimi secoli, in cui sempre di più si è sentita la necessità di usare il libro come strumento culturale di trasferimento. Un libro può dirsi per Borges un prolungamento e un’espansione della mente  di un individuo. Un libro è forse un mondo stesso, una creazione del “dio” che scrivendo dà vita a qualcosa che poi può tramandare. Leggendo, si può entrare nella mente dello scrittore. Naturalmente non è la scrittura fine a se stessa, lo stile che contano. “Voglio scrivere” non può e non deve mai essere un atto egoistico per un proprio tornaconto. L’esercito che si sta radunando ai piedi dei colli scuri, con in mano penne e libri è un esercito di persone che fa della ricerca il proprio motto, persone che sanno cercare dentro e fuori dei propri confini umani, che hanno il dono di navigare nei tempi e negli spazi per poi rielaborare, esprimere alle persone del proprio tempo e a quelle che verranno un nuovo modo di vedere, di affrontare, di immaginare. Pierre Assouline (critico letterario francese) considera la letteratura indispensabile fonte di valore sociale e politico, criticando il sempre minore peso che le viene dato nelle scuole. Se gli studenti – cioè coloro che hanno in mano il domani – vengono giudicati solo sui dati immagazzinati con precisione, infarciti di tecnicismi, lodati quando sono senza emozioni, e viene loro richiesto principalmente di sapere a memoria, calcolare, ripetere…e non di immaginare, vedere con occhi diversi, non di creare… Come potremo andare avanti?

E’ necessario oggi che l’esercito dei narratori bianchi si formi e prosegua un fine comune, nell’eterna lotta fra il bene e il male.

Perché bianchi? L’energia creativa, si sa, può anche essere usata con fini maligni. e noi abbiamo bisogno dei coraggiosi fra i più coraggiosi, che sapranno creare per il bene – cosa nettamente più ardua che farlo per il male.

Superuomini in esubero

Una donna di quelle super-manager di oggi, senza aver visto il CV di una ragazza che aveva di fronte, senza ascoltare che cosa lei avesse fatto nella vita, ha emesso, dall’alto dei suoi cinquantasei anni e delle sue dodici lauree (e del suo ricco marito) ha emesso la sua inequivocabile sentenza, che potremmo elevare a manifesto del mondo del lavoro.

DONNASUPER-MANAGER: “Cara e ingenua ragazza. (scuote la testa) Qui in città tutti i ragazzi della tua età sono ugualmente  preparati, hanno un’esperienza da favola, sono stati in Italia e all’estero nelle migliori scuole. Tutti ci chiedono di lavorare con noi. Ma sai. Siete così tanti. Tutti hanno almeno due master, tre lingue parlate oltre l’italiano, un bagaglio culturale elevato e sedici stage in multinazionali di primo livello all’estero. Che si può fare per voi?”
Niente. Penso proprio niente. Fra le cose, ovviamente, tutto questo esercito di superuomini in surplus che la società sta producendo, quando ha la fortuna di non essere scartato perché troppo poco interessante come profilo, non viene pagato per  svolgere il lavoro che ha trovato.
Tanto ce ne sono mille altri identici che fanno la fila. E allora, cosa cambia?
Bello, io trovo, far sentire i giovani delle pedine intercambiabili. Bello, pubblicizzargli master e scuole di primo livello e poi lasciarli a casa a grattarsi i piedi. Per non dire altre cose con la p. Questi adulti qui, che hanno fatto le rivoluzioni, hanno lasciato prosperare e nutrito la società dei consumi e della ricchezza si sono dimenticati una cosa: che anche loro, una volta, erano umani. E che non avranno eredi: 1. perché si sono incartapecoriti sulle loro posizioni e hanno fatto il patto con il diavolo per non andare mai in pensione; 2. perché tutti i giovani si saranno suicidati prima, o saranno scappati nello spazio.

Cercare i bisogni dove ancora non ci sono

Con le prime interviste fatte ai nostri primi interpidi viaggiatori, abbiamo scoperto un nuovo sentiero che stiamo per percorrere.

Quando durante un’intervista mi è stato chiesto quale fosse l’effettivo obiettivo dell’Osservatorio, mi sono resa conto che non si trattava esattamente di creare nuovi modelli di comunicazione, non esattamente di usare la marca per fini socialmente utili, non esattamente di cambiare o rovesicare il mondo del marketing e della comunicazione.

Si trattava più semplicemente di cercare i segni di un cambiamento sociale, di cercarli negli ambiti relativi alla marca perché semplicemente io li conoscevo meglio ed era necessario tagliare una prospettiva in qualche modo.
Mi sono resa conto che i segni di cambiamento si possono vedere nella parte acerba della società, ancora in una fase di formazione, che domani sarà la parte adulta.
Mi sono resa conto che un cambiamento nasce da un bisogno, e un bisogno che porta cambiamento è un bisogno che non è ancora mai stato formulato.

Per questo stare a guardare, lasciare che l’immaginazione si liberi o stimolarla può dar vita non solo a nuove idee, ma anche a una costellazione di segnali che potranno indicare il cammino da noi intrapreso.

Questo col tempo, solo col tempo.


Would you take the red pill and fall through the rabbit hole?

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