Archive for the 'visual' Category

autumn cleanings and visual arrogance

Alice just arrived into this strange world. She is in search of the true meaning of Brandland. She has no more words ’cause Brandland seems made of pictures and words do serve no more the scope.

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experiential marketing: the total consumed individual / living in the store


The space alive.

Anthropologie store New York, Chelsea market.

L’occhio o il rossetto ?

Immagine 1Sta piovigginando. Sono sulla bicicletta a zonzo, intorno alle 19, per le strade di Milano e c’è traffico, aria gonfia di tubi di scappamento, un sacco di persone nervose che esplodono fuori da uffici e negozi, un’aria appiccicosa che ti rimane addosso e traspira dalla pelle per tutta la notte. Pedalo. Vado a zonzo. Pedalo. Pioviggina e forse è ora di raggiungere casa. Però… Ho voglia di fare un salto allo spazio fotografico Forma, che non sta lontano da dove mi trovo. C’ un discreto numero di persone che stazionano all’ingresso e – strano visto che di solito non ci sono code -. In effetti anche stavolta non c’è coda. C’è solo un po’ di gente sparsa che blatera o blatera fumando. Entro. Scopro di essere finita per caso all’inaugurazione della nuova mostra in programma, Nippon Kobo, espongono 13 fotografi della Maison Europeenne de la Photographie, tutti giapponesi. E’ persino gratis. Nonostante lo smog appiccicato sulla pelle, i capelli scarmigliati e l’abitino da ufficio un po’ stropicciato mi faccio largo. Scopro di essere l’unica a non avere i tacchi e ad avere i capelli spettinati e la faccia sicuramente stanca e lucida. Passo sotto gli angoli sperando di non essere troppo notata e scrupolosamente tengo gli occhi incollati alle fotografie. Sono sguardi. Improvvisamente colgo una piccola storia intima, una storia a dire il vero tragica, quella di una donna, con un gatto, che balla. Poi la stessa donna, che è in ospedale – vediamo solo la sua mano stretta ad un’altra – e poi il suo gatto ripetuto, poi la donna fra i fiori di una bara, e… Mi viene da piangere. Non so come un fotografo (Noboyushi Araky ) abbia potuto raccontare una tragedia – era la donna sua moglie – con uno sguardo così intimo e quasi sereno. Proseguo e commossa mi fermo su alcuni altri sguardi ripiegati in una quotidianità in evoluzione, in un giappone antico e moderno piegato ai ritmi del consumismo o dagli strascichi della guerra mondiale. Ci sono altri punti di vista che mi commuovono. Un occhio lucido sulle costruzioni umane, fredde e non abitate dagli uomini: come possiamo essere animati da tanta freddezza per costruire le nostre case, i nostri monumenti moderni?
Proseguo e noto fuori dalle foto sempre più tacchi, gonne, pizzi che si sfiorano, profumi speziati e colori. Alzo un poco lo sguardo sempre senza farmi vedere e mi trovo circondata da belle donne, uomini discretamente strambi ma molto di tendenza e li vedo chiacchierare, sorridere, sventolarsi, sbaciucchiarsi con la punta delle labbra protese, li vedo rincorrersi, gli uomini che chinano di lato la, testa, le donne con le labbra dipinte e il sorriso a 33 denti, e si aggirano fra le foto e quasi nessuno sembra guardarle veramente. Allora mi sono domandata. Ma chi sono queste persone? Perché seguono la fotografia? Cosa fanno? Che cosa è la fotografia oggi?
La mia risposta in base a ciò che ho visto nelle foto è stata che la fotografia oggi è uno sguardo, non una qualità tecnica o scenica, è il saper guardare e offrire agli altri uno sguardo umano, un punto di vista, un’avventura, un segreto svelato. In base a quello che ho visto fuori dalle foto la fotografia oggi è un ritrovo per ricchi di tendenza che si osservano fra loro alla ricerca di uno scatto in più. Posso sempre errare.

Fotoromanzi quotidiani

Eccoci. Gambe incrociate, sigaretta, scollatura, veli, occhiali a mezz’asta. Ammiccamento, brindisi, fiori, scale, compagnia, mani, abbracci, bacio, rossetto, mestolo, tavolo, divani, specchi. Sedersi, sorridere, abbracciare, stringere, aprire, mostrare. Hop!

colleghi in cortile

colleghi in cortile

Cresce un esercito di attori, teatranti, documentatori sociali e quotidiani della propria esistenza. Avrete notato, o popolo del web, che le persone si fanno le foto. Tante foto. Continuamente foto. Ho visto una volta dei sudamericani fermare il conto alla rovescia del Capodanno per fare la foto proprio esattamente mentre cadeva la mezzanotte. Ogni giorno nel mio ufficio si fotografano fotoromanzi di vita dei colleghi che – attori – fumano in cortile in posa, si inseguono, giocano e si ritraggono l’esistenza di continuo. Alle cene poi, non puoi tanto mangiare perché molto tempo lo dedichi a metterti in posa con la forchetta a mezz’aria, sorridente con una fame da lupi mentre qualcuno ti scatta un’altra foto, e poi un’altra. E tu sei sempre attore, vestito e travestito da te stesso in ogni diverso momento della vita che diventa storia, racconto, fiction. Il confine con il reale che viene vissuto, si fa sempre più labile. Fermare il tempo per poterne fotografare i frammenti, in modo da poter raccontare, raccogliere la propria vita mente la si vive, con il rischio di dimenticare di viverla per l’ansia da posa che ti coglie tutto il tempo.

Perché?

Velata tragicità sociale – in cornice

World Press Photo 2009, Galleria Sozzani, Milano.

Quell’occhio aperto su un mondo così lontanto. Io non posso vedere, se non con questi nuovi occhi. Oggi si, siamo fortunati, abbiamo molti nuovi occhi in più che ci permettono di non essere circoscritti territorialmente. Eppure lo siamo. Siamo estasiati di fronte a foto di una famiglia in cui le bambine giocano a fumare a soli 8 anni (con sigaretta accesa e sole in cucina, fra barattoli dalle scritte colorate e accattivanti alla Campbell’s soup).
Al World Press Photo 2009, vengono esposte le più significative foto giornalistiche scattate durante l’anno. Le foto in mostra presentano scorci inquietanti del mondo di oggi. Non è strano che il mondo sia così spaccato e diverso, fra picchi di futurismo e dittatura, sangue disperazione, strascichi di seta, fenomeni naturali strabilianti, catastrofici, opulenza… E la classe medio-alta che ha occasione di vedere con i propri occhi tutto questo e non solo di immaginarlo grazie a i libri di fantascienza, resti colpita-ma-non-troppo? Ora ci possiamo immaginare così tante cose che tutto è diventato immaginazione e fra noi e il mondo si è formato uno spesso velo di distacco, come se guardassimo tutto attraverso un piccolo televisore portatile, che si frappone anche fra noi e il televisore stesso. Continue reading ‘Velata tragicità sociale – in cornice’

Quanti Saloni?

 

Green Energy Design alla Statale, inserito originariamente da Alice in Brandland.

Una Marca non dovrebbe mostrarsi ed agire in modo coerente, come entità definita ed univoca?
Al termine della principale vetrina dedicata al design (la prima che io abbia visitato interamente: tutta la fiera e il Fuori Salone!) ho avuto l’impressione che ci fosse una spaccatura piuttosto netta tra Fiera e Fuori Salone (e Satellite); non mi riferisco tanto alle modalità di fruizione degli eventi o alla tipologia di visitatori ma agli intenti.
E’ come se avessi assistito a due eventi paralleli: da un lato un nucleo di attori coinvolti in un dibattito culturale attorno al tema “Green Design”; dall’altro, gli espositori raccolti in fiera (qualche eccezione a parte), allineati su un certo tipo di gusto e logiche produttive.
I primi risultano spesso distanti da qualsiasi logica industriale-produttiva; non disdegnano, peraltro, di avvalersi di sponsorizzazioni da parte di grandi marchi anche non propriamente coinvolti nel Salone Internazionale del Mobile.
I secondi appaiono invece marginalmente interessati a tematiche di ampio respiro come l’innovazione sostenibile (ricordo che il Green Design era il tema di fondo di questo Salone).
Continue reading ‘Quanti Saloni?’

Soccorso Alpino Onirico

Domenica 18/05/08

Ancora dentro la cucina colorata a Bologna. Stefano si siede al tavolo di marmo rosa, dipinto di bianco con le sedie bianche e gli alberi dalla finestra. Forse quella veramente imbarazzata sono io. E’ più difficile intervistare dei coetanei, che dei veri esperti in materie, con alle spalle 30 anni di lavoro, che sai già che sanno già cosa dirti e anche se li sorprendi sorridono e riflettono calmi, perché alle sorprese ci sono abituati. Fra ragazzi la parte formale si cancella automaticamente, ma si materializza un velo di diffidenza e imbarazzo che con gli adulti non c’è. Non c’è proprio ed è sorprendente.
Ad ogni modo c’è sempre da cominciare, così ci sediamo e scartando la carta di Alice, ci rilassiamo. Qui parleremo di sogni. E i sogni si sa, sono belli. Stefano ha 28 anni, si è laureato in Cinema a Bologna. Scrive per delle riviste di settore, fa recensioni. Poi lavora anche per il Soccorso Alpino. E sorride guardando.

ALICE: “Ciao Stefano.”
STEFANO: “Leggo qui delle parole.”
Racconto, finzione, immagine, marca.
STEFANO: “Uhm…vediamo… L’immagine è non solo cinematografica, ma tutto quello che è nel campo visuale. Racconto e finzione sono il cinema, ma… Vedo “Finzione” e parlando di cinema mi viene in mente anche cinema del reale o documentario. Le grandi marche ne sono protagoniste. Il concetto di marca è davvero sviluppato nel cinema documentario.”
ALICE: “Già, mi sono guardata bene The Corporation, o Supersize-me quel signore che mangia solo panini mac donald’s fino a star male per dimostrare che fanno male.”
STEFANO: “Si si. E va forte perché noi siamo una società commerciale legata alle marche.”
ALICE: “Ma il documentario è reale?”

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Would you take the red pill and fall through the rabbit hole?

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