Archive for the 'the world, the village and the stage' Category

the smashing box

Is my car representing me, or am I representing my car. A new conception of mobility at the door.

il tempo dell’incertezza

Che cos’è l’incertezza?

Essere non sicuri. Non fermi. Instabili.

Chiedersi ogni giorno che cosa ne sarà di noi domani. Sentirsi intrappolati in una rete pesante di cause ed effetti da cui (sembra) non si può uscire. Finire tutte le frasi con : “Mah.” e rivolgere gli occhi al cielo, o in basso per terra con sconsolatezza. L’incertezza oggi è amaro in bocca, dopo i bagordi del secolo passato. E’ aver creduto in illusioni di stabilità e felicità per tutti gli esseri umani, e non potersi aggrappare a un saldo punto di appoggio.

Dopo aver scoperto come soggiogare l’energia elettrica e quella atomica, dopo aver vissuto nell’ovatta di un meccanismo semplice e fortunato come quello di: “spendo soldi in giro a casaccio, faccio guadagnare le aziende, le aziende mi assumono dandomi a disposizione una cifra che spendo, per far guadagnare le aziende….” ci svegliamo, e siamo nudi. La coperta è stretta e ce ne siamo accorti dopo aver buttato via tutti i maglioni pesanti e la lana.

Un numero a ripetizione costante di eventi dalla luce nera sta scuotendo il nostro mondo, dai paesi più poveri a quelli più ricchi. Legati tutti gli uni agli altri, e la causa effetto ha appena iniziato a far cadere il castello di carte. Che cosa sta succedento alla nostra società? Perché i giovani non sorridono più pensando al futuro e perché si ubriacano tutti i week end fino a vomitare e fanno sesso con disprezzo a dodici anni?

E’ proprio l’incertezza il nodo della questione. Siamo caduti nell’incertezza, perché la superassimo e perché ci ripulissimo da vecchie strutture ormai obsolete.

La nostra speranza non deve morire. Deve oggi fortificarsi, aiutarci a combattere fino all’estremo delle nostre possibilità. Dobbiamo superare l’incertezza per trovarvi dietro la forza del mondo, la forza dell’uomo, la certezza di quel qualcosa al di là di tutto che ci guiderà e ci sosterrà. Che cosa sia, dobbiamo essere noi a scoprirlo.

la lunga storia delle bottiglie

Musica. Fianchi che si muovono a rallentatore. Gambe. Pezzi di braccia che si agitano nell’aria. Luce tagliata. Divani di pelle bianca, bicchieri. Una massa di persone, mare di notte, uno yacht, scarpe lucide. La pancia bagnata di una donna di sbieco. Il barman che sta preparando dei cocktail, e sorride. La gente, sembra felice. Più che felice, è seducente. “Ci stai?”. Spengo la TV. Da qualche parte nel mondo ora un signore ne sta chiamando un altro, per chiedergli di farsi venire un’idea, idea che deve avere il potere di far salire le vendite di una sua certa produzione. Su cosa deve fare leva? Sul desiderio delle persone di essere belle, invincibili, il potere divertirsi e poterlo fare con gli altri. Giocare su una serie di valori latenti dentro le persone. Da un’altra parte un uomo dalla pelle grinzosa si sta alzando, chiude la porta della baracca e va ad azionare i macchinari dentro un enorme capannone, dove un potente impianto meccanizzato sta imbottigliando milioni di bottiglie. Da un’altra parte ancora, una donna sta disegnando al computer un’etichetta, che deve essere accattivante e pulita, rispettando i valori della marca di cui si fa messaggera. Una volta stampate, le etichette vengono poi portate nello stabilimento dove un macchinario le applica sulle bottiglie del capannone precedente. Un uomo si alza, e prende le chiavi del camion. Al supermercato, di notte, scarica casse di bottiglie che vengono messe sugli scaffali. Entro al supermercato, verso sera e quando arrivo allo scompartimento delle bottiglie, mi viene in mente la donna con la pancia bagnata che muove i fianchi, gli yacht le luci e la gente felice. Sorrido anch’io.

c’è da dire un’altra cosa. Il signore che fa le bottiglie, mette anche in giro dei video, che dicono che non è bene comprare le bottiglie se si ha una macchina. ma se uno abita lontano come fa ad andare al supermercato?

 

elixir di eterna giovinezza

lady_of_elixir_2Via le rughe, e il tuo sorriso splenderà in eterno. Demi Moore non ha più un’età, mentre Sharon Stone- 50enne – è mezza nuda (tetta fuori e guepière sadomaso) con un fisico da ventenne sulle copertine di Vanity Fair. Monica Bellucci, poi, non ha una ruga nul contorno occhi, ma un incarnato di pesca. Vanno molto le cinquantenni ringiovanite, ultimamente. Si sa, oggi le persone, non devono invecchiare più. E’ una cosa completamente out. Una volta esistevano gli “elixir” miracolosi, sicuramente anche quello dell’eterna giovinezza. E oggi non è poi cambiato così tanto, se non nella quantità di produzione in circolazione di prodotti miracolosi e miracoli incarnati. E’, questa, l’era del corpo?
“Sembra che la ricerca del maggior numero possibile di piaceri sia la cosa più logica di questo mondo e che il dolore fisico debba essere evitato ad ogni costo. Ma si tratta davvero di valorizzazione? E’ davvero il corpo reale quello che viene esaltato in questo modo? O non è piuttosto un corpo ideale, immaginario, sottomesso a norme determinate quali la giovinezza, lo charme, l’abbronzatura perenne, l’aspetto sportivo? Un corpo estraneo al tempo, all’invecchiamento, alla fatica, alla sofferenza. Un corpo-macchina per il lavoro o per il godimento?”* E poi noi, godiamo davvero? (del nostro corpo)

*xavier lacroix “il corpo e lo spirito” ed. qiqajon

spogliarsi per una celebrità

Un tipo biondo di 1 metro e 90, 29 anni, che ha avuto un successo travolgente, arriva nella stanza con finta noncuranza e ti pianta addosso due occhi azzurri supponenti e interrogativi. Tu, femmina di due anni più giovane, serissima e senza che ti tremi la voce, devi convincerlo in tre minuti che il prodotto che lui dovrà descrivere alla radio il giorno seguente in venti secondi è un prodotto fenomenale, e lui stesso potrebbe essere interessato se guidasse la macchina e volesse risparmiare fino a 30 euro al mese… Poi mentre parli pensi che uno così 30 euro al mese non li vede nemmeno per un caffè al mattino perché probabilente quando fa colazione ne spende 20 e poi prende il taxi. Subito dopo mentre stai ancora parlando ti soffermi a pensare che se solo dimenticassi per un istante chi è, forse riusciresti a parlare con maggiore scioltezza, successivamente le parole fanno uno scontro frontale e i suoi occhioni si fanno più azzurri, il rossore ti tinge le guance, e puf, il filo del discorso scompare. Sarà. Solo perché va in prima serata sulla rai, o solo perché è decisamente attraente, o magari perché stai spiegando per lavoro una cosa che a uno così vorresti non dover mai e poi mai spiegare…sarà, ma la celebrità ha il suo effetto e il ruolo sociale si porta dietro un’aura che è proprio materiale, la tocchi con la mano lì davanti a te, si muove con la persona che la porta, che la può usare a suo piacimento e spogliarti mentre sei lì a spiegare di una carta telefonica che ti fa risparmiare sul carburante. Celebrità. Alla fine dell’incontro sei in mutande e non ti ricordi più di che cosa stavi parlando.

l’era della terza pagina (o della riscrittura)

… Verso quell’atmosfera di tramonto si assumeva anche l’atteggiamento cinico, si andava a ballare e si dichiarava che le apprensioni per l’avvenire erano stoltezze d’altri tempi, si schiccheravano articoli sentimentali sulla prossima fine dell’arte, della scienza, del linguaggio, si riscontrava con una certa voluttà suicida, nel mondo cartaceo delle appendici giornalistiche, una completa demoralizzazione dello spirito, un’inflazione dei concetti, e si fingeva di assistere, con placido cinismo o con rapimento da baccanti al tramonto non solo dell’arte, dello spirito, del costume, dell’onestà, ma persino dellEuropa e del mondo. Mentre si leggevano tanti articoli e si ascoltavano tanti discorsi, non si prendevano tempo e modo di fortificarsi contro la paura, di combattere dentro di loro la paura della morte, ma vivevano tremando senza alcuna fede in domani. (…) C’erano poi le conferenze. In quelle conferenze l’ascoltatore era del tutto passivo e vi si presupponeva tacitamente qualche suo rapporto con l’argomento, una preparazione, una capacità di comprensione che nella maggior parte dei casi non c’erano. Nell’incertezza e nella falsità della vita spirituale di quel tempo, che pure dimostrò grandezza ed energia in parecchi altri riguardi, noi oggi vediamo un sintomo dello sbigottimento che colpì lo spirito quando al termine del periodo di apparenti vittorie e prosperità, si trovò di’improvviso davanti al nulla, a una  grande miseria materiale, a un periodo di burrasche guerresche e politiche, a una repentina diffidenza verso sé stesso, verso la propria forza e dignità.
La storia universale ci sembra di scarso valore. Consta nella maggior parte dei casi di brutali lotte per il potere, per il possesso di terre e materie prime, per il denaro, insomma, per cose materiali che noi consideriamo spregevoli e contrarie allo spirito. Diffidiamo altresì di un certo modo di considerare e scrivere la storia, che era molto in auge nel periodo di decadenza antecedente alla fondazione dell’Ordine: la così detta filosofia della storia. Essa ci diede in Hegel il fiore più intelligente, ma portò nel secolo successivo  alla più odiosa falsificazione della storia e allo svilimento del senso della verità. Il culto di tale pseudodisciplina è per noi uno dei principali caratteri di quell’epoca di declino spirituale e di acerrime lotte per la conquista del potere che talvolta chiamiamo “secolo guerresco” o più spesso “era della terza pagina”. La sventura di quel tempo fu di non possedere un solido ordinamento morale da contrapporre all’irrequietezza e al dinamismo derivanti dalla rapidissima moltiplicazione degli uomini.

Josef Knecht, Maestro del Giuoco delle perle di Vetro. (Herman Hesse, 1943)
I romanzieri usano le bugie per dire la verità. La storia del secolo guerresco usa la verità per dire le bugie.

La quantità di informazione che possiamo assumere corrisponde alla quantità di incertezza che possiamo sopportare

Camminando per strada siamo raggiunti da una zaffata di bergamotto. La porta, alta e stretta, la maniglia di ottone, una corona di vetro color pastello che la sormonta. Entriamo nella boutique di profumi, convinti di voler acquistare un’aroma. L’aroma che cerchiamo è speciale, deve corrispondere ai nostri bisogni e alle nostre attitudini, alla nostra sensiblità olfattiva ed emotiva. In particolare riteniamo che l’aroma alla rosa faccia per noi. Ci accoglie un profumiere che con diverse boccette fra le braccia, che spruzza su panni di lino per farci sentire l’intenso profumo, sventolando sopra ai panni con un ventaglio per sprigionare nell’aria il delicato tono degli ingredienti. La boutique è una stanza allungata, le pareti sono scaffali di vetro alti fino al soffitto e stracolmi di boccette di vetro, ognuna catalogata in base alla forma, alla sfumatura del liquido che contiene, al metodo di nebulizzazione. Il profumiere consiglia l’aroma al fico d’india, una nuova sperimentazione. Spiega che questo aroma è benefico per una corretta salivazione. Siamo quasi convinti, d’altronde ultimamente abbiamo la bocca un po’ secca e quando deglutiamo ci rimane impigliato fra le tonsille come un piccolo nodo. Un secondo profumiere si avvicina, carico di altre boccette, e ci spruzza su tutto il corpo, convincendoci che l’aroma al fico d’india è nocivo per i reni, meglio di sicuro provare il sentore di alloro selvatico. Una profumiera ci si mette di fianco, e comincia a spruzzarci di nuove frangranze, tentiamo di riconoscere la differenza, sventolano ilventaglio, gli aromi si confondono mentre arriva un altro profumiere, con altre boccette, altri sentori, altri ingredienti. La boutique è carica di odore, e adesso dobbiamo scegliere il nostro speciale profumo. Una signora più anziana, con una grande boccia di colore amaranto, densa di un liquido scuro. Ci spruzza da capo a piedi, e noi cadiamo frastornati sul tappeto. Ci ricordiamo vagamente che stavamo cercando un profumo alla rosa mentre usciamo dalla boutique con un carico di boccette multicolore.

La quantità di informazione che possiamo assumere corrisponde alla quantità di incertezza che siamo in grado di sopportare. Se un’informazione giunge a noi in un modo, successivamente viene smentita, poi riproposta in altro modo, poi ripresa in un altro ancora da un’altro canale di informazione e tutti i canali di informazione ne parlano per darci decine di versioni simili e diverse dei fatti, infine, che cosa possiamo ritenere vero? La quantità di libertà che viene concessa è pari alla quantità di dubbio che un sistema è capace di generare.

*Dai quaderni dell’Epoca della terza pagina (o epoca della riscrittura)*

Gli evasi

Evadiamo dalla settimana lavorativa come dei carcerati, per immetterci nel mitico elixir del week end, dalle speciali proprietà curative, così eccezionali da curare tutti i mali subiti durante la nostra settimana.
Questo si ripete ogni settimana del mese e peggiora durante l’estate.
Così, le strade si riempiono, le code aumentano, le bestemmie pure. 
E’ qualcosa di noto.
Siamo tutti lì ad aspettare che le vacanze ci portino immediatamente un beneficio interiore, come se in qualche modo la loro magia potesse allontanarci preoccupazioni, timori, incertezze che invece tornano con maggiore forza non appena rientriamo nella nostra “vita vera”: la vita quotidiana, la vita che ci stiamo costruendo o ci siamo costruiti, la vita per cui viviamo, di fatto.

La nostra società occidentale sembra vivere per andare in vacanza. Sembra prediligere i momenti di distacco dal nucleo vivo della giornata e degli impegni che ogni persona porta avanti, che porta avanti perché li sceglie.

Come le vacanze, esistono i libri considerati “di evasione”: discendenti dei libercoli ottocenteschi chiamati feuilletton (chiacchiere inutili sul niente e travestite da scritture colte, ma molto di moda all’epoca) oggi si diffondono a macchia d’olio sfidando le classifiche mondiali libri contenenti storie di puro: NIENTE. Finalizzati esclusivamente al rapimento della mente dal gingillarsi con preoccupazioni quotidiane, finalizzati all’intontimento dei sensi per poi dimenticare immediatamente dopo la lettura senso, trama, personaggi. Così ci sono le canzonette di “evasione”, per esempio i “tormentoni” estivi, veri e propri tormenti infernali che infestano radio e luoghi di villeggiatura per torturarci con suoni non armonici, discorsi spesso vergognosamente  inneggianti a sesso o stupidaggini varie.

Curioso, dopotutto, che oggi si faccia strada un vero e proprio genere denominato “di Evasione”, che inonda ogni disciplina artistica e si insinua nella vita quotidiana attraverso pratiche finalizzate a questo: apertitivi, cocktail, ubriacature, discoteche, esibizioni varie.

Ma siamo carcerati, che dobbiamo evadere con tutta questa forza, o siamo uomini, che dobbiamo lottare con tutta questa forza, per riconquistare il senso della nostra quotidianità?

Mistero della miscredenza

Indy-tempio01Si leva un vento insistente, l’erba si assottiglia sempre più schiacciata al suolo. Il cielo si gonfia e si gonfia, due grandi bagliori aprono il fragore e giù, scudisciate di acqua che nemmeno si fossero rotti gli argini del Niagara. Scosse, boati e scudisciate di acqua si riversano dunque sui tetti e sulle strade. Sui Colli Scuri i Narratori Bianchi si sono rifugiati sotto le tende, le pelli infradiciate, battono i denti e si tengono stretti fra loro. Qui, in città, l’uragano infuria. Nascosta bene la testa sotto il cuscino, potremmo chiederci che cosa stia succedendo. Perché, ancora dopo tanti anni uno come noi, della stirpe degli umanoiodi superiori armati di blackberry comunicante con il resto del mondo, possa ancora rabbrividire al boato temporalesco e al bagliore che infrange il cielo. E pensare che sembrava di aver raggiunto l’Eden. Almeno, sembra che qualcuno lo abbia pensato. Giù, la testa intrappolata fra i cuscini, e la finestra che sbatte infuriata. Nessuno sa dire perché non abbiano ancora trovato una soluzione ai temporali? E perché ancora il meteo si permette di non azzeccare le previsioni?

Ai Colli Scuri un giovane narratore dalla pelle chiara come il latte si alza in piedi e agita le braccia bendate di banco verso il cielo, che tende ad un bruno violaceo. “Tale è stata la fede che gli umani hanno riposto nella tecnica, che si sono ritrovati con un palmo di naso. Credere di aver scoperto anche il mistero. E farlo diventare invisibile! E’, tutto questo, una follia.”
Saliamo con il ragazzo su una motoretta del tempo, e mettiamo la marcia: domanda al saggio. Ci catapultiamo in un giardino di piante selvatiche, ginestre e rose canine, si arrampicano su per un colle particolarmente roccioso, inondate dal sole. Lì siede un vecchio saggio. Ci inchiniamo e gli chiediamo cosa ne pensi di questo fattaccio. Continue reading ‘Mistero della miscredenza’

Una grossa sirena dalla cuffia azzurra

gabbiano_sul_mareNuoto. Beatamente sotto il sole. Sono salita sugli scogli facendo attenzione ai ricci. Al di là degli scogli guardo il mare aperto che ci si infrange contro. Mentre odoro il vento vedo una grossa signora sirena, le cui proporzioni sono almeno quattro volte le mie, arrampicarsi con la lentezza di un’era geologica sugli stessi scogli, passo dopo passo, a rallentatore. Caparbiamente procede, le sue cosce sono davvero enormi e penso, come farà a portarsi addosso tutto quel peso e a non affondare? Ha il costume azzurro, azzurre sono le pinne, il boccaglio e una cuffietta di plastica decorata. Azzurri come lapislazzulo, come cieli al mattino terso, azzurri sono i suoi occhi. “Che fatica” mi dice. “I bomboloni vaniglia e cacao sono una vera leccornia, da peccatori, ma una vera leccornia.” La osservo. “Da domani, smetto. E’ lunedì domani e si fa la dieta.” Annuisco. Mi guarda e sorride con gli occhi azzurri che guizzano su di me. “Sei magra tu.” Io? No, no signora sirena, oggi i canoni della magrezza sono ben lontani da me. Credo di collocarmi fra le formose. Ride e riprende a parlare rivolta a me. Forse non aveva calcolato la possibilità che la ascoltassi, ma avendole risposto…
La signora sirena si chiama Nadia. Io le dico il mio nome. “Storia. La sai la storia del tuo nome?” Alzo le spalle. Non sembra necessaria una vera risposta da parte mia. Mi accomodo sullo scoglio e guardo la grossa signora sistemarsi meglio. “Bene, adesso ti racconto.” La grossa sirena con la cuffia azzurra comincia a decantare un pezzo di un’opera in latino, e poi dopo avermela tradotta (parla di una donna bellissima e desiderata) si esibisce in un canto ammaliante con la voce da baritono. Una sirena che canta per me su uno scoglio. La guardo e ascolto. Dopo la cantata, passa a narrarmi di questa prima donna prima di Eva, che rappresenta il Caos primordiale, e poi in altre accezioni viene ricondotta a simbolo dell’armonia che concilia gli opposti e il caos. Annuisco. Passiamo da Dante alle opere di molti musicisti di cui smarrisco subito i nomi. La grossa sirena lavora al conservatorio e dipinge, io resto immersa nelle onde del mare e lascio la sua voce scorrere dentro di me. Cita Paolo di Tarso “sapere come gli uccelli sorvolare le cose” e intanto i miei occhi seguono le grandi ali dei gabbiani sopra di noi improvvisamente riuniti. “Leggi il vangelo, e spera che un giorno gli uomini tornino a interpretare la cultura umanistica come parte fondante del loro patrimonio personale e sociale. Siamo perduti, se non lo fanno.”
Guardo i gabbiani, la sirena, l’acqua. Penso al caos. E alle cose che accadono perché segui il bianconiglio. Alle cose che è bene tenere nel proprio taqquino.


Would you take the red pill and fall through the rabbit hole?

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