Archive for the 'literature' Category

pazzi di vita…Oooohhh!

Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!

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back to the real world / partakers

Last scene of all,

That ends this strange eventful history,

Is second childishness and mere oblivion. Is it?

la forma dell’immaginazione è un’arancia

La prova per capire se uno scrittore ha sublimato la forma naturale del suo racconto è questa: dopo averlo letto, bisogna capire se lo si può immaginare diversamente, o se l’immaginazione ne esce ammutolita e sembra definitivo e completo. Proprio come è completa un’arancia, che la natura ha fatto proprio nel modo giusto.

Truman Capote, Paris review Vol.1

l’era della terza pagina (o della riscrittura)

… Verso quell’atmosfera di tramonto si assumeva anche l’atteggiamento cinico, si andava a ballare e si dichiarava che le apprensioni per l’avvenire erano stoltezze d’altri tempi, si schiccheravano articoli sentimentali sulla prossima fine dell’arte, della scienza, del linguaggio, si riscontrava con una certa voluttà suicida, nel mondo cartaceo delle appendici giornalistiche, una completa demoralizzazione dello spirito, un’inflazione dei concetti, e si fingeva di assistere, con placido cinismo o con rapimento da baccanti al tramonto non solo dell’arte, dello spirito, del costume, dell’onestà, ma persino dellEuropa e del mondo. Mentre si leggevano tanti articoli e si ascoltavano tanti discorsi, non si prendevano tempo e modo di fortificarsi contro la paura, di combattere dentro di loro la paura della morte, ma vivevano tremando senza alcuna fede in domani. (…) C’erano poi le conferenze. In quelle conferenze l’ascoltatore era del tutto passivo e vi si presupponeva tacitamente qualche suo rapporto con l’argomento, una preparazione, una capacità di comprensione che nella maggior parte dei casi non c’erano. Nell’incertezza e nella falsità della vita spirituale di quel tempo, che pure dimostrò grandezza ed energia in parecchi altri riguardi, noi oggi vediamo un sintomo dello sbigottimento che colpì lo spirito quando al termine del periodo di apparenti vittorie e prosperità, si trovò di’improvviso davanti al nulla, a una  grande miseria materiale, a un periodo di burrasche guerresche e politiche, a una repentina diffidenza verso sé stesso, verso la propria forza e dignità.
La storia universale ci sembra di scarso valore. Consta nella maggior parte dei casi di brutali lotte per il potere, per il possesso di terre e materie prime, per il denaro, insomma, per cose materiali che noi consideriamo spregevoli e contrarie allo spirito. Diffidiamo altresì di un certo modo di considerare e scrivere la storia, che era molto in auge nel periodo di decadenza antecedente alla fondazione dell’Ordine: la così detta filosofia della storia. Essa ci diede in Hegel il fiore più intelligente, ma portò nel secolo successivo  alla più odiosa falsificazione della storia e allo svilimento del senso della verità. Il culto di tale pseudodisciplina è per noi uno dei principali caratteri di quell’epoca di declino spirituale e di acerrime lotte per la conquista del potere che talvolta chiamiamo “secolo guerresco” o più spesso “era della terza pagina”. La sventura di quel tempo fu di non possedere un solido ordinamento morale da contrapporre all’irrequietezza e al dinamismo derivanti dalla rapidissima moltiplicazione degli uomini.

Josef Knecht, Maestro del Giuoco delle perle di Vetro. (Herman Hesse, 1943)
I romanzieri usano le bugie per dire la verità. La storia del secolo guerresco usa la verità per dire le bugie.

Saviano-non-stop a Milano tutto esaurito: chi c’è dietro alla vendita dei biglietti?

Anche volendo trovarne uno singolo, infondo alla fila, in piedi, per terra, appeso a un palo, i biglietti sono tutti esauriti per le tre serate che Saviano concede alla città di Milano con il suo spettacolo “La bellezza e l’inferno” che si è tenuto al Teatro Piccolo Studio dal 6 all’8 ottobre. I biglietti, spiegano le hostess, sono da tempo finiti: provare a venire prima dello spettacolo e mettersi in lista d’attesa, unica via da tentare sperando che qualcuno si sia ammalato all’ultimo (oppure una ex fidanzata che non sentiva da dieci anni si sia fatta viva proprio quella sera, oppure un poliziotto lo abbia fermato per un’infrazione e lo abbia portato in galera in stato di shock…) e così abbia rinunciato all’ambita poltrona. Ma c’è una replica a Febbraio, spiegano le hostes, candide. Ah, allora posso comperare un biglietto per Febbraio! No, no, non si faccia strane idee: anche Febbraio è già tutto esaurito. Cosa? Ci prendono in giro?
Le domande spontanee sono due: o c’è una mafia dietro agli spettacoli di Savinao (suona sinistro in questo caso l’uso di tale parola) e tutti i biglietti se li sono già spartiti i ricchi e gli abbonati, gli amici e i giornalisti, oppure è diventato un divo così divo che fa sold out ogni volta che esce di caserma. Specifichiamo che lo spettacolo è stato pubblicizzato con due uscite su Repubblica la settimana prima, ma per il resto un normale abitante di Milano non ne ha visto alcuna locandina (se c’era ditemi quante e dove). Da dove sono venute tutte queste persone? Chi erano esattamente? Alice è andata a vedere.

La strada è piena di gente, fumo che sale nell’aria, prime luci della sera. Nell’atrio gran confusione. Una signora con un vestito blu e due grandi fiocchi di raso bianco applicati sulle spalle, le scarpine verde acido conversa amabilmente con alcune carampane a cui presenta il figlio (o il nipote?), accanto a lei, magro e delicato, con la giacca del nonno. Almeno, è quello che stava dicendo. Una donna capelli grigi e rughe intelaiate elengantemente fra sbluffi di phard e rossetto fa cenni di modestia nell’aria, avvolta nella sua giacca di shantung a losanghe arancio e crema: “Non vorrei certo lodare il mio libro, figuriamoci”, dice. Ci sono altre donne, i capelli in posa vaporosi e alti, che aspettano composte in fila chiacchierando sommessamente con la mano sulla bocca. Un gruppo di studenti ben vestiti dall’accento milanese stringono biglietti stropicciati in mano. Il fumo di sigaretta sale in nuvole tonde dalla mano inanellata, le unghie lunghe e smaltate, di una signora con i capelli biondo platino, il rossetto rosso forte, la camminata trascinata, avanti e indietro sul marciapiede di fronte all’entrata. Un monaco tibetano, in rosso arancio che si fa avanti e un giovane sudamricano che gli porge una copia del giornale contro il razzismo, che sta diffondendo a 1 euro in occasione della manifestazione contro il razzismo che stanno organizzando a Roma. Diversi uomini in giacca e cravatta, la barba grigia, sbuffi di capelli sparsi sul capo e gli occhi cisposi. Luce forte di una telecamera, un uomo la impugna e resta fermo davanti all’entrata per diversi minuti, la luce puntata negli occhi dei malcapitati davanti. Il cameramen si sposta dentro a riprendere il banchetto dei libri di Saviano che vengono venduti vicino alla biglietteria. Tacchi alti e spessi con plateau, una giovane dai jeans stretti stretti e sorriso largo,  chioma bionda lisciata fino a metà schiena, accompagnata da un ragazzo più alto, senza volto. Antonio Scurati si mette dall’altra parte del marciapiede, guardando, apre e chiude gli occhi, vestito di nero, trae il cellulare e poi lo rimette in tasca. Una donna gli si avvicina e si dirigono all’entrata, un gruppo di amici ad attenderli. Un ragazzo sta fermo all’entrata in completo blu, le mani dietro la schiena, il cartellino del Piccolo appeso al taschino e la testa biondo chiaro finché non sono tutti entrati. Chi erano poi quelle persone tanto fortunate da essersi accaparrate il biglietto? E soprattutto, perché andavano a vedere Saviano? Misteri. Fortunate le maschere, che possono guardarsi lo spettacolo fra una pausa e l’altra: la loro pausa, è il corpo dello spettacolo.

MILANO, 6 ottobre 2009, Piccolo teatro Studio prima serata de “la bellezza e l’inferno” Roberto Saviano

Una grossa sirena dalla cuffia azzurra

gabbiano_sul_mareNuoto. Beatamente sotto il sole. Sono salita sugli scogli facendo attenzione ai ricci. Al di là degli scogli guardo il mare aperto che ci si infrange contro. Mentre odoro il vento vedo una grossa signora sirena, le cui proporzioni sono almeno quattro volte le mie, arrampicarsi con la lentezza di un’era geologica sugli stessi scogli, passo dopo passo, a rallentatore. Caparbiamente procede, le sue cosce sono davvero enormi e penso, come farà a portarsi addosso tutto quel peso e a non affondare? Ha il costume azzurro, azzurre sono le pinne, il boccaglio e una cuffietta di plastica decorata. Azzurri come lapislazzulo, come cieli al mattino terso, azzurri sono i suoi occhi. “Che fatica” mi dice. “I bomboloni vaniglia e cacao sono una vera leccornia, da peccatori, ma una vera leccornia.” La osservo. “Da domani, smetto. E’ lunedì domani e si fa la dieta.” Annuisco. Mi guarda e sorride con gli occhi azzurri che guizzano su di me. “Sei magra tu.” Io? No, no signora sirena, oggi i canoni della magrezza sono ben lontani da me. Credo di collocarmi fra le formose. Ride e riprende a parlare rivolta a me. Forse non aveva calcolato la possibilità che la ascoltassi, ma avendole risposto…
La signora sirena si chiama Nadia. Io le dico il mio nome. “Storia. La sai la storia del tuo nome?” Alzo le spalle. Non sembra necessaria una vera risposta da parte mia. Mi accomodo sullo scoglio e guardo la grossa signora sistemarsi meglio. “Bene, adesso ti racconto.” La grossa sirena con la cuffia azzurra comincia a decantare un pezzo di un’opera in latino, e poi dopo avermela tradotta (parla di una donna bellissima e desiderata) si esibisce in un canto ammaliante con la voce da baritono. Una sirena che canta per me su uno scoglio. La guardo e ascolto. Dopo la cantata, passa a narrarmi di questa prima donna prima di Eva, che rappresenta il Caos primordiale, e poi in altre accezioni viene ricondotta a simbolo dell’armonia che concilia gli opposti e il caos. Annuisco. Passiamo da Dante alle opere di molti musicisti di cui smarrisco subito i nomi. La grossa sirena lavora al conservatorio e dipinge, io resto immersa nelle onde del mare e lascio la sua voce scorrere dentro di me. Cita Paolo di Tarso “sapere come gli uccelli sorvolare le cose” e intanto i miei occhi seguono le grandi ali dei gabbiani sopra di noi improvvisamente riuniti. “Leggi il vangelo, e spera che un giorno gli uomini tornino a interpretare la cultura umanistica come parte fondante del loro patrimonio personale e sociale. Siamo perduti, se non lo fanno.”
Guardo i gabbiani, la sirena, l’acqua. Penso al caos. E alle cose che accadono perché segui il bianconiglio. Alle cose che è bene tenere nel proprio taqquino.

La Poetica del Risveglio

“Signore, abbiamo avuto notizie dal mondo di là. Dicono che il Dolce Morbo si stia diffondendo a macchia d’olio. O di Leopardo. E’ ancora poco chiaro.” Un uomo ansimante, sudato, si inginocchia. Le punte dei capelli umidi sfiorano il terreno sassoso.
“Quali sono i sintomi del male?”
“Signore, le persone vengono colte da uno stato di insonnia non naturale. Sembrano vive e sveglie, ma in realtà dormono profondamente e fanno tutto il tempo sogni malsani. Pensano di essere soli e non riescono ad entrare in contatto con gli altri, afferrano il buio con le braccia smorte. Soffrono pene che non sanno nominare, perché hanno perso quel tipo di linguaggio. Si sentono circondati da nemici e agiscono con diffidenza nei confronti dei loro stessi affetti. Non hanno altro conforto che quelli che gli viene fornito dai messaggeri degli dei. Sentono di essere liberi, possono muoversi da un regno all’altro, ma non possono assaporare questa libertà perché il Dolce Morbo toglie la loro capacità di provare sensazioni quali gusto, tatto…”
Una nebbiolina fine si addensa ai piedi dei colli scuri, dove l’esercito dei Narratori Bianchi si sta compattando. Ci sono molti fuochi che brillano nel grigiore, adesso.
“Come viene diffuso il Dolce Morbo?”
“Non ne sappiamo esattamente l’origine. Di certo si sa che gli umani vengono fin dall’infanzia imbottiti di un mix di medicinali che hanno (a quanto viene dichiarato) lo scopo di proteggerli da malattie e disfunzioni dell’organismo e della mente. Le medicine vengono somministrate da abili Sorveglianti che le distribuiscono ai quattro angoli del mondo, i Sovrani dei Regni sono consenzienti e hanno interesse che le loro popolazioni siano in questo stato di salute. Si sospetta che le stesse medicine che assumono i popoli fin da bambini siano alla radice del male che li affligge.”
L’uomo con le bende bianche fa un gesto e si lascia cadere di nuovo sul giaciglio dal quale si era alzato. Una donna gli si avvicina e gli cinge le spalle. Dà una mano al messaggero e lo invita a ristorarsi di fronte alle fiamme.
“Nessuno ne è immune?” Chiede la donna, gli occhi nel fuoco.
“Ci sono alcuni, mia Signora, che sembrano avere una reazione strana a questi medicinali. Non parlo dei dissidenti dichiarati, loro sono l’altra faccia del Dolce Morbo. Parlo di alcuni che si sentono dispersi e cominciano a guardare meglio intorno: tutto dà ragione di credere che si accorgano che qualcosa li ghermisce sottilmente e una bugia è stata raccontata. Seppure non abbiano parole per spiegarlo e non possono verificarlo. Così non ne fanno parola se non raramente. Alcuni, pare, abbiano trovato il modo di non prendere le medicine con regolarità, il che li rende più sensibili.”
L’uomo sul giaciglio respira cautamente.
“Abbiamo un cammino aspro di fronte a noi. Questi uomini, non possiamo lasciarli addormentati nel Dolce Morbo. Non tutti loro forse vorrebbero essere guariti, ma dobbiamo offrire la nostra mano a chi lo desidera. Val la pena di combattere per chi ne apprezzerà gli sforzi e per chi li osteggerà. Dobbiamo sradicare le origini del Dolce Morbo.”
“Ricordo un’antica poesia, narrava di mari e distese calme.” La donna prende la parola con una dolcezza infinita. “Una poesia composta con un linguaggio antico e dimenticato. Aveva un potere…. Narrava di montagne avvolte nel fuoco e di ghiacci insondabili. Di creature che si stendevano nel vento e soffrivano, benedicendo il cielo per le loro lacrime, solo perché erano lacrime vere. Ogni notte si addormentavano, ogni giorno si svegliavano senza sapere nulla di cosa fossero state il giorno prima, eppure, qualcosa le portava ad avanzare. Non smettevano mai di avanzare. Alcune cadevano, altre le rialzavano, altre si inchinavano alla potenza dei mari e dei cieli… E ogni nuovo giorno una passava ad un’altra la mano per avanzare assieme. Piangevano forte. Ed erano così vive.” La donna ha gli occhi lucidi e si passa le bende su di essi.
“La Poetica del Risveglio, vuoi dire?” Le chiede l’uomo. “E’ una composizione antica e dal potere immenso. Nessuno l’ha più saputa decifrare.”
Lei annuisce silenziosa. Intorno, i fuochi brillano e l’esercito si compatta, silenzioso.
“Messaggero. Torna indietro e vai ad indagare ancora. Abbiamo bisogno di più informazioni. Vai a cercare la cellula degli infiltrati. Loro sapranno darci maggiori indicazioni.”
Il messaggero si alza, si inchina e scompare nella nebbia fitta.

Alessandra Daniele, su Carmilla, ne sta narrando proprio oggi. Rifondazione e Terra. E’ una catastrofe culturale, prima ancora che politica.
Quindi agire sulla realtà non basta, se non si agisce anche sulla
percezione della realtà.
Ciò che rende le destre oggi così apparentemente invincibili, quello che fa sembrare patetici i tentativi di sfidarle frontalmente a volte persino a chi li compie, è ciò che Gramsci chiamava
Egemonia Culturale, e che Morpheus chiama Matrix. Sì, per quanto sia difficile immaginarsi Gramsci in latex nero e mirrorshades, il concetto di base è lo stesso: il potere di controllare la percezione della realtà.
E chi controlla la percezione della realtà, di fatto controlla la realtà.

Non siamo soli, siamo visibilmente in una gran bella compagnia. Segreta, ma visibile.” L’uomo chiude gli occhi.


Would you take the red pill and fall through the rabbit hole?

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