Rogo fantastico

luna_seleneUn bambino dalla carnagione chiara ricoperta di lentiggini, gli avambracci bendati di bianco, alza la testa e chiede la parola. Sotto i fuochi che dardeggiano nello scuro paesaggio, i Narratori Bianchi scrutano il silenzio nell’attesa che qualcosa accada, che i segnali arrivino dal mondo di là. In bambino si alza e odora il vento, i suoi occhi grigio-verdi, i ciuffi rossi che ricadono sulle guance. La sua voce è tenue e resistente. “C’è una volta un uccellino. Decide di fare un volo con le ali sfavillanti che gli sono state portate in dono, ma che non ha mai usato, tenendole invece ben nascoste nel suo rifugio per lunghi, immemorabili anni. Inizia a svolazzare senza meta, leggero e tranquillo, orgoglioso delle sue ali sfavillanti.
Vola e vola, senza fermarsi, per l’intero giorno e tutta la notte, lasciando indietro la stanchezza, perdendo l’orientamento e la strada di casa. All’alba è immerso nel silenzio di un bosco e, scrutando attraverso il fogliame fitto, scorge una radura illuminata da strisce di sole. Si fa spazio con cautela tra i rami intrecciati, le zampine ben ancorate al legno vivo e le ali ripiegate sui fianchi; si posa sulla cima di un albero. Non tarda a strabuzzare gli occhi.
Sul sentiero per la radura un gruppetto di orchi barbuti con lunghi mantelli pronunciano formule magiche agitando bacchette di cartapesta e tirandosi dietro calderoni a rotelle mentre alcuni ometti tondi e precisi in colletto bianco e cravatta, a passo di danza, muniti di scarpette rosa e scope di faggio, spazzano il sentiero davanti agli orchi. All’entrata della radura dei signori  con dei muscoli enormi e delle tutine aderenti, i capelli tirati in una crocchia sulla sommità del capo, inghiottiscono una strana sostanza e poi emettono bolle translucide che volano al cielo, ingrandendosi sempre di più, fino a scoppiettare in lucine coloratissime. Le costruzioni si susseguono senza logica, un grande occhio cavo di plastica technicolor si apre per lasciare passare un carretto di vecchiette che suonano la fisarmonica in coro, trainato da sette libellule in tuta da ginnastica. Una casupola di marzapane viene alacremente mangiata da una fila di donne bellissime altissime e magrissime in tuta da lavoro blu che si davnno continuamente il cambio per riposare e digerire il boccone, mentre dietro un gruppo di donne d’affari grassoccie e linde in completo scuro e grembiuli ricamati rimescolano grandi quantità di pasta di mandorle per ricostruire le parti morsicate il più in fretta possibile. Le strade mezzo asfaltate e  per il resto sterrate si interrompono per dare spazio a fiumiciattoli e paludi, mentre una nuvola faceva la corte ad un grattacielo tirato a lucido, strusciandosi tutta intorno.  C’è in aria qualche pesce che sbatte contro i pali della luce sorretti da funamboli al telefono, mentre a terra lupi mannari chiacchierano con le comari filando tele di lino.
E’ troppo, per il povero uccellino nascosto fra il fogliame. Sente il calore arrivare sempre più forte e sopraffatto sviene, facendo un gran tonfo a terra.
Quando riapre gli occhietti si trovava in un giaciglio dentro una gabbia. All’istante crede di essere tornato a casa e fa per prendere una boccata d’aria rivolto al sole, come dopo un bizzarro incubo. Una signora con la coda di pesce si sta invece bagnando in una larga vasca trasparente installata nel mezzo della sala sferica e trasparente – si può vedere la radura poco più in basso; ha due conchiglie sui seni e un’aureola di coralli sul capo. Sguazza amabilmente sollevando schizzi caldi e parla con un uomo in giacca e cravatta, il quale ticchetta febbrilmente su un laptop di ultima generazione. Ogni tanto lui si volta e le annuisce. Spesso il suo piccolo telefono squilla ma lui non risponde. La vasca spande fumi caldi alla vaniglia per tutta la stanza. Dal vapore emerge improvvisamente una piovra con il grembiule ricamato da tanti piccoli fiorellini azzurri e bordato di pizzo. La piovra ha una testa di donna e i capelli tirati in piccole trecce dorate. Tiene in ogni tentacolo un diverso oggetto: spolverino, straccio, una tazza di tè, una scatolina di mangime, ombrello, paletta, caleidoscopio a motore. Con un tentacolo spalanca la gabbietta dell’uccellino e gli dà il mangime. Con gli altri spolvera, porge il tè alla signora nella vasca, passa lo straccio sulle pareti translucide della stanza. La sirena racconta all’uomo d’affari che il garzone del fornaio le ha portato poche ore prima un passerottino svenuto, e che lei ne ha avuto compassione e lo ha messo nella piccola gabbia finché non stesse meglio. Lui le annuisce.
L’uccellino rischia di svenire nuovamente pensando che non solo si trova sospeso in una sfera trasparente con una sirena in vasca da bagno una piovra delle pulizie e un uomo d’affari, ma che è lui il soggetto della conversazione.
La gabbietta è aperta e questo gli permette di volare fuori attraverso un oblò. Cerca ancora di dimenticare ciò che ha vissuto, quando un taxi a propulsione volatile gli suona inchiodando in aria per non investirlo. Si spaventa talmente che spiega al massimo le ali e comincia a dare ordini urlando a destra e a sinistra. Istericamente intima ai lupi mannari di tornare nelle foreste alla luna, ai taxi i scendere in città. Sbraita alle donne che cucinano il marzapane in tailleur di riprendere il lavoro negli alti edifici del potere, svolazza attorno al carro delle vecchiette in fisarmonica e slega le libellule obbligandole a togliere la tuta da ginnastica.
Incrocia poi un gruppo di streghe e toglie loro la coca cola dalle mani rispedendole sulle loro scope a spaventare i bambini cattivi, redarguisce anche babbo Natale che pesca con un retino, molto indignato a quella vista. Ricaccia le maestre dagli alberi nelle classi e domanda gentilmente ad un lottatore in costume da bagno di tornare sul ring.
Passa molto tempo prima di riuscire a dire a tutti cosa avrebbero dovuto fare invece di starsene a zonzo in una radura inesistente.
Alla fine è esausto e si posa delicatamente su una statua bianca rappresentante una donna alata.
Mentre riprende fiato e godeva dei frutti del duro lavoro si sente osservato. Nota con timore che le creature bizzarre si stanno raccogliendo attorno al lui. Lo guardano di sbieco, il cielo si fa nero.
L’uccellino non può più muoversi dalla statua, le ali lo hanno tradito.
Cade di colpo in una spessa  rete metallica e viene trascinato al centro della radura.
Lo innalzano su un grande rogo pronto per essere acceso.
I personaggi guardano con un misto di compassione e durezza il passerotto sul grande rogo infiammato.
In quel momento il poverino sente le ali che si sgretolano e divengono polvere.
Non morirà. Legge nello sguardo delle creature compassionevoli la sua verità. E attende di tornare al suo grigio albero, con le grigie nuvole e gli stessi tramonti ogni sera. Come tutti vedrà di nuovo con occhi ciechi. Niente più ali dorate, niente più viaggi in radure misteriose, solo alberi grigi. Si chiede se se lo meritava davvero, e annuendo cerca solo di guardare più intensamente possibile tutti gli occhi compassionevoli e fantasiosi che lo abbracciano, sperando un giorno di essere nuovamente baciato dalla fortuna e di poter ancora volare.”

Un giovane dalla capigliatura riccia e scura si alza e dà una spinta al bambino lentigginoso. “Queste son cose da bambini, nessuno ti ascolterà se le racconti!”
Il bambino ha gli occhi limpidi. “Non mi convinci con la tua violenza. Impara ad ascoltarmi prima. Anche noi abbiamo qualcosa da dire. Talvolta ai nostri coetanei, talvolta ai grandi. Lo sai che fu un bambino a dire che l’imperatore era nudo?”
Una donna si fa avanti. “Preghiamo per la fantasia, contro la stanchezza.” I Narratori Bianchi ripiombano nel silenzio e osservano il cielo farsi plumbeo.

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