Dove tutto è possibile – senza narcotici da salotto

Spunti-pensieri-dopo-dibattito di Officina Italia, la Tavola rotonda con separé.

SCIMMIETTA: “Puoi continuare ad avere desideri fintanto che ti ricordi del tuo mondo. Quelli che vedi qui invece hanno fatto fuori tutti i loro ricordi. E chi non ha più passato non ha neppure un avvenire, non ti pare?” ALICE: “Bof. No, non mi pare scusa. Io vivo benissimo nel presente, esiste solo quello infondo, no? perché mi devo preoccupare di temi tanto scomodi… il passato… il futuro…Ma va là. Lasciamoli stare gli avi, che non si rivoltino nella tomba!” SCIMMIETTA:”E coloro che verranno dopo?” ALICE: “Bof. Loro si arrangeranno un po’. O no?” La scimmietta è una creazione di Micheal Ende, ne La Storia infinita: abita nella Città degli Imperatori, dove si trovano gli uomini che si sono perduti nel regno di Fantàsia e colti dalla mania di onnipotenza hanno desiderato troppo (sapete, a Fantasia ogni desiderio dell’uomo diviene realtà) e si sono spenti dimenticando chi erano senza poter più tornare nella realtà. Se tutto ci è dato, se gli stimoli della realtà superano (e sembrano schiacciare) la fantasia, essa si affievolisce, impedendoci di accedervi per mutare la nostra vita e quella del domani.

A seguito della tavola rotonda sul futuro della letteratura imprigionata nel presente (di cui al post relativo), mi sono sorti dei ricordi, forse sono delle immaginazioni. Wu Ming 1 ha raccontato una interessante storia di un autore americano, Gibson, di cui colpisce l’idea di fantasma semiotico. Non ho letto il racconto e non posso che delineare alcuni tratti che mi hanno colpita del racconto riassunto da Wu Ming 1 premettendo possibili sviste, essendo questa una storia, della storia, della storia…
Vi consiglio di ascoltare l’incisione al link proposto.
Colpisce nel racconto di Gibson la capacità del personaggio principale di “vedere” delle costruzioni o delle situazioni all’epoca del racconto inesistenti e inimmaginabili per la temerarietà e la futuribilità in esse contenute. Il protagonista si sente come colpito da uno strano morbo quando immagina di vedere un megamultiplano a forma di boomerang che vola beato davanti a lui. Un amico gli consiglia per guarire dalle visioni una dieta che lo aiuterà a fargli perdere ogni immaginazione: imbottirsi di produzioni mediatiche spazzatura, film mediocri, giornali e programmi scadenti a più non posso, poltiglia cinematografica e narrativa. In questo curioso modo il personaggio si “salva” e smette di avere delle visioni.

Oggi stiamo vivendo doppiamente forse rispetto ad altri paesi questa egemonia dei media paccottiglia; in Italia ne sono afflitte tutte le categorie sociali, dalle più alle meno colte. Siamo colpiti da credulonità diffusa, i grandi media sono divenuti fasulle fonti di verità assolute. E ditemi che non vi è mai venuto in mente lo Zentrum di Tristalia descritto da Stefano Benni in Elianto? I reality show – per altro tanto condannati – costituiscono un legante sociale proiettivo (in pratica uno li guarda, ci si immedesima, prende le parti di un personaggio e quando ne discute con gli altri: 1. ha un argomento di cui parlare in comune, chi non ne guarda ne è escluso 2. può vivere di riflesso l’esperienza del reality e impersonare quel personaggio in un luogo comune ad altre persone come lui). I nostri ragazzi nascono imbevuti di una situazione dove questi narcotici da salotto sono somministrati largamente e difficile è eluderne gli effetti. Il discorso è lungo, infinito forse e io ho una conoscenza parziale del fenomeno. Posso solo immaginare. Ed essere d’accordo con Wu Ming 1 quando dice che avrebbe riscritto il racconto di Gibson rivoltandolo come un calzino (la “cura” del racconto è invece la nostra malattia).

Ma “finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate.” Questo non è il discorso di un ricercatore italiano scappato all’estero. Si tratta del Galileo di Brecht scritto nel 1940. E dicono che il passato non conta, che viene recuperato in forme errate dalle generazioni presenti, che oggi c’è solo il presente.
La maggior parte di noi e dei nostri mezzi di informazione viene assorbita da questo eterno e vischioso presente, atemporale, aspaziale, galleggiante.
Ciò che incuriosisce maggiormente è che oggi potremmo sapere molto di più di qualsiasi altro tempo, per la disponibilità di fonti che abbiamo e la libertà di accedervi. Eppure spesso rifuggiamo dal troppo bagaglio di conoscenze accumulate nei millenni. Crediamo che non ci sia più niente, né dietro di noi nel passato, né, di conseguenza, davanti a noi.
Noi, gente comune, non conosciamo  il futuro e la storia, camminiamo su un filo imprigionati nell’ansia da presente e nella frenesia di trovare una via di uscita.

Però.

Dove tutto è possibile, le cose possono sempre avverarsi. Ecco che quando si delinea il progetto, la visione potrà cominciare a prendere forma: prima come una sostanza eterea, poi come piccoli sbuffi di energia, poi come realtà. Non si tratta di un luogo lontano, dove tutto è possibile, né di un pianeta distaccato, né di un dono esclusivo degli dèi o dei saggi, degli illuminati.

E’ nella nostra mente, in quella di tutti voi, che tutto è possibile. Che ne pensate?

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