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Donne di una volta

Mia nonna è nata nel 1921. Ha vissuto la seconda guerra mondiale e vissuto la maggior parte della giovinezza in campagna, dove faceva la contadina. La sua famiglia era una famiglia di contadini. Mia nonna poi si sposò e venne in città, a Piacenza. Avevapassato l’adolescenza fra zanzare risaie e balli di paese, quando ce la lasciavano andare. Era una donna bella. E le piaceva ballare, cantare, cucinare. Voleva imparare a guidare la vespa, e mio nonno glielo impedì. Voleva imparare a guidare la macchina, e mio nonno non glielo permise. Le piaceva andare a ballare la domenica e il nonno non sempre aveva voglia di accompagnarla perché era stanco dal tanto lavoro della settimana. La nonna si organizzò così: andava a pulire le scale dei palazzi la mattina presto, e il pomeriggio a casa cuciva pigiami come oggi fanno i cinesi, veniva pagata al nero per un tot di pigiami confezionati. I soldi che guadagnava li usava per comprarsi i vestiti belli come piacevano a lei e le scarpe, piccole gioie di bigiotteria o altre piacevolezze. Cantava, e a me quando fui sua nipote disse sempre di essere fiera, e di essere forte. Mi diceva che non importava avere un marito se non lo amavi o non eri contenta. Piuttosto, divorziare, diceva. Mi diceva di contare su me stessa e di non avere mai paura. Di non fare mai figli se non ero sicura e non potevo mantenerli.
Ora nei giorni nostri dove tutto possiamo vengono confuse la femminilità, la fierezza e la fermezza con l’aggressività, l’acidità, il controllo. Vedo gli uomini impallidire, e reagire altrettanto aggressivamente. Vedo venire a mancare le vecchie galanterie (e non crearsene di nuove) vedo abbandonare le minime abitudini di rispetto maschio/femmina nel quotidiano e per le strade.
Oggi una donna passeggia con lo sguardo a fessura e il petto fuori, ti guarda dall’alto in basso anche se sei più alto di lei di una spanna e mezza, esordisce sempre con un “Allora?”.

Identità da far fiorire e rifiorire

Pesano quintali. Quasi tutti se ne ricordano la sagoma.  Appaiono in fila, su una distesa verde.  Possiedono una storia. Irradiano un’energia vitale che non si è esaurita nei lungi secoli. Possono insegnare. Collegarsi a un canale che porti la loro energia in giro per il mondo, ne effettui un ricambio, la rinvigorisca e la rinfreschi. Per farla tornare lì, proprio da dov’era partita. Siamo a Rapanui, uno scienziato un giorno sbarcò sull’isola. Si chiamava Francesco di Castri e – anni dopo -  parlò di empowerment.

Riconnettere al mondo un’identità per far rifiorire il suo patrimonio energetico, che si ravviva con lo scambio fra culture e tempi., abitudini e popoli.

Rapanui fu scoperta solo intorno al 1700, ma la sua storia è profonda e appassionante. Si snoda fra secoli di violenze, intrecci sanguinosi, misteri e fatti curiosi o commoventi.


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