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spogliarsi per una celebrità

Un tipo biondo di 1 metro e 90, 29 anni, che ha avuto un successo travolgente, arriva nella stanza con finta noncuranza e ti pianta addosso due occhi azzurri supponenti e interrogativi. Tu, femmina di due anni più giovane, serissima e senza che ti tremi la voce, devi convincerlo in tre minuti che il prodotto che lui dovrà descrivere alla radio il giorno seguente in venti secondi è un prodotto fenomenale, e lui stesso potrebbe essere interessato se guidasse la macchina e volesse risparmiare fino a 30 euro al mese… Poi mentre parli pensi che uno così 30 euro al mese non li vede nemmeno per un caffè al mattino perché probabilente quando fa colazione ne spende 20 e poi prende il taxi. Subito dopo mentre stai ancora parlando ti soffermi a pensare che se solo dimenticassi per un istante chi è, forse riusciresti a parlare con maggiore scioltezza, successivamente le parole fanno uno scontro frontale e i suoi occhioni si fanno più azzurri, il rossore ti tinge le guance, e puf, il filo del discorso scompare. Sarà. Solo perché va in prima serata sulla rai, o solo perché è decisamente attraente, o magari perché stai spiegando per lavoro una cosa che a uno così vorresti non dover mai e poi mai spiegare…sarà, ma la celebrità ha il suo effetto e il ruolo sociale si porta dietro un’aura che è proprio materiale, la tocchi con la mano lì davanti a te, si muove con la persona che la porta, che la può usare a suo piacimento e spogliarti mentre sei lì a spiegare di una carta telefonica che ti fa risparmiare sul carburante. Celebrità. Alla fine dell’incontro sei in mutande e non ti ricordi più di che cosa stavi parlando.

Inferno in plexiglass – per sole donne

Storie di donne, delle donne di oggi, verso il domani. Donne di oggi III

Ancora dalla parte delle bambine - L.Lipperini

Ancora dalla parte delle bambine - L.Lipperini

Fu chiamata per il nuovo lavoro un mattino di dicembre.

Il suo, un viso delicato dallo sguardo fiero, la tipica fierezza delle donne calde del sud incastonata fra lunghi capelli corvini. Il suo corpo fragile e flessuoso, un seno prorompente che metteva sempre in mostra con top attillati e scollati. Passeggiava in ufficio ancheggiando accuratamente con i jeans strettissimi sui glutei, provocando di continuo risolini e sguardi ammaliati di tutti i colleghi maschi. I colleghi si erano addirittura iscritti in palestra per andare a vedere “le sue tette che ballavano sul tapis roulant”. Non hanno mai risparmiato triviali battute sessuali su di lei, facendole anche davanti a lei, lo facevano sia i colleghi che i capi, e ogni volta lei sembrava gioire di godere di tutta quella attenzione. Io dentro di me pensavo, “Povera stella, non ti senti male?”

Quando doveva chiedere a un collega un favore, si impegnava tutta, tendendo le labbra e mettendo il seno bene in mostra con sorrisi e carezze particolari. Mi ripeteva ogni giorno che avrebbe dovuto fare la velina, così sarebbe stata più felice, invece di dover lavorare e sopportare tutte le noie relative. Diceva a me che mi vestivo “da vecchia” perché porto abiti a ruota e gonne alla caviglia. Cercava in ogni istante l’attenzione altrui, e aveva un grave problema di comunicazione con le altre donne dell’ufficio, che cercava di compiacere con continui falsi complimenti e regali. Non credo di aver mai sentito uscire dalla sua bocca una verità, tutto ciò che la circondava era finto, costruito, piegato alla cieca volontà di piacere e ottenere un qualche risultato. Ripeteva di continuo di essere forte e molto furba, non diceva altro che menzogne su ogni cosa. Ai colleghi lei piaceva molto, così tanto che la cercavano di continuo e il gruppo si era consolidato con lei come reginetta che si sedeva in braccio ai maschi sempre più spesso. Un giorno uscì dall’ufficio del capo dicendomi che andava tutto molto bene. Il giorno dopo fu licenziata perché era, di fatto, non capace nel lavoro, aveva litigato brutalmente con tutte le clienti di sesso femminile che in quel breve periodo aveva avuto in carico, ed era stata incapace di ammettere qualsivoglia errore. Un giorno, è scomparsa. Mi ha fatto sempre una pena infinita, quella figura fiera piegata sotto una logica di compiacimento che si era fatta più grande di lei e l’aveva mangiata. Il punto però era che una così, non la puoi compatire. E’ aggressiva, se cerchi di parlare di lei non risponderà mai se non con bugie, su bugie, e andrà avanti per quel cammino, bruciando terra e speranza di altre donne sotto le ali del suo dolore. Aggredendo di continuo le donne semplici, guardandole dall’alto in basso del suo inferno in plexiglass. Non ci sono salvezze per lei, non c’è altro che la ricchezza e il successo, le tette finte e la TV. L’ho rivista una sola volta, passò a trovarci una sera, con una micro gonna inguinale e la faccia impiastricciata di fondotinta, gli occhi vuoti e stanchi.
Queste sono donne belle e di valore, che si sono rovinate, da cui guardarsi per la rabbia che portano, e da cui apprendere cosa sta succedendo nella società.

Una storia che merita di essere scritta fosse solo per dare man forte al tentativo importante di Lorella Zanardo, che potete vedere su “Il corpo delle donne” documentario graffiante e commovente sulla donna nella TV italiana. Se volete vedere cliccate sulla femminilità.

Donne di una volta

Mia nonna è nata nel 1921. Ha vissuto la seconda guerra mondiale e vissuto la maggior parte della giovinezza in campagna, dove faceva la contadina. La sua famiglia era una famiglia di contadini. Mia nonna poi si sposò e venne in città, a Piacenza. Avevapassato l’adolescenza fra zanzare risaie e balli di paese, quando ce la lasciavano andare. Era una donna bella. E le piaceva ballare, cantare, cucinare. Voleva imparare a guidare la vespa, e mio nonno glielo impedì. Voleva imparare a guidare la macchina, e mio nonno non glielo permise. Le piaceva andare a ballare la domenica e il nonno non sempre aveva voglia di accompagnarla perché era stanco dal tanto lavoro della settimana. La nonna si organizzò così: andava a pulire le scale dei palazzi la mattina presto, e il pomeriggio a casa cuciva pigiami come oggi fanno i cinesi, veniva pagata al nero per un tot di pigiami confezionati. I soldi che guadagnava li usava per comprarsi i vestiti belli come piacevano a lei e le scarpe, piccole gioie di bigiotteria o altre piacevolezze. Cantava, e a me quando fui sua nipote disse sempre di essere fiera, e di essere forte. Mi diceva che non importava avere un marito se non lo amavi o non eri contenta. Piuttosto, divorziare, diceva. Mi diceva di contare su me stessa e di non avere mai paura. Di non fare mai figli se non ero sicura e non potevo mantenerli.
Ora nei giorni nostri dove tutto possiamo vengono confuse la femminilità, la fierezza e la fermezza con l’aggressività, l’acidità, il controllo. Vedo gli uomini impallidire, e reagire altrettanto aggressivamente. Vedo venire a mancare le vecchie galanterie (e non crearsene di nuove) vedo abbandonare le minime abitudini di rispetto maschio/femmina nel quotidiano e per le strade.
Oggi una donna passeggia con lo sguardo a fessura e il petto fuori, ti guarda dall’alto in basso anche se sei più alto di lei di una spanna e mezza, esordisce sempre con un “Allora?”.


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L'entrata è fondata sulla libera scelta dell'individuo pensante. aliceinbrandland@gmail.com

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