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Cultura al potere, cultura alla ghigliottina

leone

un post sulla cultura

Avete già la barba a sentir nominare la parola cultura? Aspettate un attimo. Riflettete sul vostro senso di essere uomini. Di aver per lo meno una volta nella vita sfiorato l’idea di creare qualcosa di vostro. Un disegno da bambini, una pennellata da giovani, un racconto da adolescenti, un ricamo, un passo di danza, un pensiero sul mondo e sulla vita. Ecco, fermi adesso, ancora un istante. Avete capito? Se avete attraversato almeno una volta uno di quei momenti, beh, avete prodotto niente  di meno che cultura, si, anche voi lo avete fatto. No, non avete guadagnato la pagnotta così facendo ma avete espresso la vostra libertà di essere uomini e di creare. Pensateci un attimo in più. Questo vostro atto di creare deriva certamente anche da una serie di nutrimenti a cui potete attingere. Libri, disegni, dipinti, racconti, immagini, opere di molti generi. Immaginate che vi venga tolta del tutto questa capacità e così vengano cancellate tutte le fonti di nutrimento, impedita la formazione di qualsiasi oggetto “culturale”. Immaginate una tabula rasa di tutto quanto. Una creatività esclusivamente votata a vendere meglio, di più, in modo più subdolo. A creare eserciti di oggetti sempre più inutili o sempre più utili. Una creatività solo di numeri e codici. Ebbene. Sono passati molti anni da quel lontano 1789, dall’Encyclopedie e dal momento in cui sapere in qualche modo significava potere. Oggi per l’ennesima volta ho sentito uscire dalla bocca di un giornalista e direttore editoriale la frase “il destino dell’editoria e della carta stampata è incerto, tanto incerto che non si sa come andrà a finire”. E’ vero certo. Dall’avvento dell’immagine e soprattutto dell’immagine in movimento la parola scritta è stata screditata, dilaniata, raggirata: eppure i libri godono oggi di una superiorità culturale mai vista nei secoli. Di sicuro sparirà tutto, i giornali e i giornalisti, i libri e gli scrittori, le opere d’arte e l’insegnamento. Tutto lo scambio interpersonale avverrà tramite video registrati con il cellulare, unica forma culturale ammessa e in espansione. Non è questa una paura? _ Scusateci. Bussano alla porta. “Chi è che disturba?”
Oh, nulla. Era solo l’ennesimo  prodotto culturale rantolante che si è trascinato troppo a lungo fra gli scaffali di un supermercato, consumandosi completamente a forza di essere consumato come una barretta di cereali. E la sua fine è triste, guardate come rantola… e non possiamo far niente per sollevarlo. La cultura umanistica è stata messa al bando.
Giudicata inservibile per la società attuale e futura, ogni tentativo di inserirsi in un ambito culturale per un giovane è tacciato di balsfemia. “Cosa credi che sia figliolo la vita? Certi mestieri non hanno futuro e non servono più a niente.” Dicono tutti. Poveri giullari destinati a soffrire per la loro vocazione a parlare e raccontare qualcosa agli altri. Parole queste, rivolte a chi vorrebbe ardentemente mettere il proprio valore al servizio di questo gigante in agonia; per ogni alzata di mano, timida o irruente giudicata con una mannaia che cade, pesante, sulla testa del ragazzo in questione: “Non c’è spazio per la cultura. E non ce n’è per te.”
Non ce n’è nei musei, non nelle biblioteche, non nelle case editrici, non nelle riviste, non nei programmi televisivi, non nelle redazioni on line, non nelle associazioni culturali, sociali, nelle scuole, nel teatro, e l’elenco potrebbe essere infinito. Un blocco totale, muro invalicabile. Parole ardenti queste per tutti coloro che si sentono diversi, emarginati, esclusi da una società che richiede solo infinite schiere di venditori e rappresentanti, abili mercanti in grado di sollevare le sorti commerciali di qualsivoglia realtà economica. Parole che seppelliscono la speranza di un risorgimento culturale che vada al di là della tradizionale rappresentazione della cultura come una fila di polverosi volumi zeppi di parole inutili. Un patrimonio culturale che non è solo italiano, ma umano nel senso completo del termine: cultura vuol dire rielaborazione, vuol dire espressione sociale, vuol dire valvola di sfogo per la pressione che si sopporta in altri campi della vita, vuol dire diritti individuali, vuol dire scambio, relazione, vuol dire apprendimento sotto tanti punti di vista. In un regime in cui non c’è spazio per forme culturali umanistiche – a meno che non siano vendibili come prodotti di consumo e dunque svuotati della loro carica per l’eccessiva attenzione all’aspetto economico e per il livellamento (devono piacere il più possibile) proprio qui si dovrebbe fare diventare un lavoro sociale quello della cultura. Un lavoro vero. Si, le espressioni umanistiche possono risultare all’avanguardia quanto la scoperta di una particella quark in fisica. Santissima Cleopatra, è la mente, la mente che si esprime con numeri o parole, credete che sia così diverso?
Perché le scienze umanistiche  (scienze sono) scavano nell’animo dell’uomo in evoluzione, nella società, nell’espressione dell’intelletto in continua trasformazione.

Banditi i sogni e le rappresentazioni, bandite le speranze per i giovani intelletti, così, viene bandito il futuro.
Per tutti coloro che hanno voglia di combattere perché questo non avvenga, perché tutte le armi a disposizione siano messe al servizio di un fine più nobile di un’esistenza individuale. La cultura di tutti, che è fratellanza, che è umanità, che è domani.

Per i leoni. Un articolo interessante sulla imminente insurrezione globale: “The Coming insurrection. Il libro è importante perché spiega la totale bancarotta di tutto. Noi viviamo in un’estetica ampollosa con contenuto zero”.

Hermes dal piede alato, ci sei ancora?

hermes_1_lgA cosa serve un giornale? A cosa, un libro? A cosa, una mappa del tesoro sulla barca dei pirati? A cosa, un’incisione sui sassi che viene recuperata millenni dopo essere stata realizzata?

Oggi si crede superfluo soprattutto ciò che è parte del bagaglio culturale dell’uomo. Oggi si crede inutile tutto ciò che non è “funzionale” al raggiungimento di un determinato risultato, attraverso dei meccanismi tecnici ben rodati. Oggi viviamo nel paradiso della tecnica, comunichiamo attraverso dei codici che si trasformano in immagini ma dietro le immagini digitali ci sono serie di codici incomprensibili ai più e detenute da una cerchia di studiosi matematici, digital-informatici. Oggi siamo convinti che qualcosa che solo per il fatto di chiamarsi “arte”, “letteratura”, “lettura” siano sinonimi di superfluo, di cui potremmo benissimo fare a meno.

Ora.
Ci ricordiamo che l’umanità si fonda sul proprio bagaglio culturale? Che le forme artistico-letterarie sono espressione di questo bagaglio e aiutano a rivederlo, trasformarlo, diffonderlo per un migliore progresso dell’umanità? Che informare significa “DARE FORMA” e cioè: ragguagliare, istruire, insegnare, dar forma a una cosa agli occhi della mente? I preistorici facevano quei cavolo di graffiti sulle pareti delle caverne e nessuno si è mai sognato di dire che non gli servivano ad un bel niente. Erano inestimabili per loro quei graffiti – e oggi noi li conserviamo con così tanta cura…! Ora noi crediamo di avere inventato tutto. Ma non ci ricordiamo che i Greci avevano fra i loro miti preso in grande considerazione Hermes, il messaggero dal piede alato (messaggero la cui funzione è, appunto, informare, tenere il patrimonio del sapere e portarlo in giro per far si che il mondo funzioni…)
Qualcosa oggi è cambiato. E’ cambiato il linguaggio condiviso, che oggi si fonda sulla tecnica, su codici matematici. Tutto ciò che esula da esso è inservibile. E i mercanti si sono accaparrati le notizie, come fossero monete di scambio. Non è apocalittico. E’ perfettamente realistico e ci navighiamo da molto tempo.
Noi dal canto nostro potremmo pensare di vivere senza informazioni. Belli tranquilli, a casa. Ignari. Con i nostri aggeggi tecnologici.

Una volta nel giornalismo si dividevano “news” e “views” per distinguere il punto di vista dal fatto accaduto in forma di pillola. Tutto ciò che non è puramente descrittivo è una “view” un punto di vista. E che male c’è se io ti dico che ti sto scrivendo questo commento con il mio specifico punto di vista? Il male entra in campo in un momento storico in cui sembrano essere non funzionali alla società proprio le parti culturali di essa, e queste vengono mercificate, trasformandole in prodotti capaci – sotto sotto – di influenzare economia e politica secondo schemi non noti alla popolazione. Tanto non sono utili, le informazioni. La popolazione potrebbe anche farne a meno. Soprattutto non è utile verificarne la provenienza. Sono oggetti di contorno. Che però orientano di molto la nostra vita, anche quotidiana. Ma non ce lo possiamo porre mai questo interrogativo. Non serve. E non abbiamo tempo.

In seguito all’articolo di Pensieroinformale sull’informazione e il suo uso. Continuiamo la conversazione.

Passione di donna (autobiografica)

A qualcuno è capitato, mi piacerebbe sapere come, e dove, e quando.

Siamo in campagna, sui colli piacentini inondati dalla luce soffusa del pomeriggio caldo. Il lungo racconto familiare si snoda fra passaggi dai riverberi dolorosi, talvolta, taglienti. Un racconto sotterraneo, sempre presente ma mai svelato, si rapprende sui rami dell’albicocco che sovrasta il tavolino da giardino dipinto di bianco. Siamo sull’orlo di una collina, oltre la siepe si stendono prati, campi e boschi su declivi tondi. Salta fuori Walter. A 18 anni, finiva la scuola, e subito la mamma lo mandò a lavorare. Era il più grande di tre figli di una famiglia vedova di padre, e Walter, per primo, doveva portare a casa lo stipendio. Walter fu mandato a fare il geometra, ma quel mestiere proprio non gli piaceva. Continua a leggere ‘Passione di donna (autobiografica)’


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