Pare che l’uomo sia destinato a tornare ad essere nomade.
Chi di noi non ha mai fatto un trasloco nella sua vita?
Modernità liquida, nomadismo antropologico, compressione spazio temporale, cyberspazio.
Architetti e designers si confrontano già da qualche anno ormai su questa tematica, dando forma a
spazi polisemici, architetture dai margini diffusi, involucri osmotici, oggetti ibridi ed interconnessi.
Lavorano sui concetti di temporaneità, emergenza, smaterializzazione, portabilità, connessioni fisiche e virtuali (interfacce).
Sono interventi che restano pressochè confinati nell’ambito di fenomeni culturali di nicchia o manifesti di una qualche teoria a noi oscura.
I traslochi, invece, li ricordi gioiosamente uno per uno.
Io, tra i miei e quelli di conoscenti, ho raggiunto quota 7.
Con uno scarto concettuale non indifferente, possiamo affermare che, questa, nel nostro piccolo, sia l’esperienza più concreta che abbiamo di nomadismo?
A questo punto mi verrebbe quasi voglia di ringraziare l’Ikea, per gentile concessione della quale mi sento partecipe delle teorie del divino Bauman.
Sì, perché proprio l’Ikea ha agevolato notevolmente i nostri spostamenti corporei alleviando, nel migliore dei casi, anche quelli antropologici.
Prodotti a basso costo, facilmente assemblabili e trasportabili; certo traballano un po’ ma ci adattiamo…
Purtroppo da qualche giorno (dopo l’ultimo, recentissimo trasloco) mi si è insinuato un dubbio maligno.
E se, in barba a filosofi-sociologi-architetti-designers fosse proprio l’Ikea a farsi interprete, al meglio, delle esigenze di noi studenti/neo-laureati nomadi ? L’accessibilità (nel senso di democraticità) sembra essere la sua carta vincente. Di fatto l’Ikea rappresenta per molti di noi l’unica possibilità per arredare/corredare di quel minimo indispensabile il nostro spazio abitativo temporaneo
(a questo proposito chi può dire di essersi già sistemato alzi una mano…).
Secondo me, c’è anche di più: paese che vai Ikea che trovi.
Il nostro è un nomadismo deformato dal modello di consumo della nostra società.
I veri nomadi trasportano gelosamente con loro le poche cose, preziose, che hanno; noi, a volte, abbandoniamo sedie, letti, stoviglie, nel luogo di partenza per riaquistarli nel luogo di arrivo.
Ovviamente alla filiale Ikea più vicina…(magari gli stessi…)
Ho sempre identificato l’Ikea come un simbolo della società dell’iperconsumo, dell’usa e getta, deprecandola come modello culturale (spesso copiano) e di consumo (pessima qualità); eppure allo stesso tempo mi rendo conto di quanto la nostra generazione abbia attinto dagli scaffali dei suoi megastores.
Che ne pensate?
Stefano Vaccari


mi viene in mente un cosa, così a prima lettura: IKEA si posiziona con il target “prima casa”, “giovani” single o coppie.
tutto è calcolato. a seguire altre aziende a costo/qualità maggiore si rivolgono ad altri target. il nostro nomadismo è interpretato ma anche sospinto da aziende come queste.
Quindi la risposta è tutti e due: iperconsumo e nomadismo.
Tuttavia il fatto che Ikea possa sospingere questo stile di vita nomadico mi sembrava tutt’altro che scontato, per alcune ragioni:
1) Ikea nasce in Svezia negli anni Quaranta intorno all’idea di “design democratico”, accessibile a tutti. Concetto tipicamente scandinavo, direi quasi opposto allo spirito del design italiano. Quindi non prodotti privi di qualità a prezzi bassi per gente squattrinata e alla prima sistemazione, ma prodotti di design accessibili in un paese (la Svezia) molto ricco, con redditi pro-capite elevati e differenze di ceto appiattite. La differenza è sottile ma c’è. Nasce quindi con intenti diversi; questo nomadismo di cui si parla è poi un fenomeno recente. Ecco possiamo dire che si sono fatti interpreti di questo trend.
2) la peculiarità della situazione italiana e di conseguenza la percezione che abbiamo noi di Ikea potrebbe non essere la stessa in altri paesi dove per ragioni culturali o economiche lo stesso marchio si impone diversamente sul mercato. Esempi:
- in Svezia (paese d’origine) e nei paesi scandinavi (da sempre nell’orbita culturale svedese) la percezione potrebbe essere simile a quella che abbiamo noi di un’istituzione storica come la Fiat, che ha sempre puntato su una fascia di mercato bassa creando tuttavia delle icone ancora adesso celebrate e rivisitate, simbolo dell’italian way of life.
- negli Stati Uniti, dove per ragioni culturali il gusto nell’arredamento non è proprio sviluppato come quello europeo (basta guardare il ristretto numero di aziende design oriented) e trionfa spesso il kitsch. Qui l’Ikea potrebbe rappresentare un modello di riferimento per un target elevato per i loro standard o un fenomeno di moda d’importazione
- in paesi come la Polonia o alcuni paesi del Far East, dove per ragioni economiche (redditi bassi) Ikea potrebbe rappresentare una scelta in qualche modo elitaria o, anche qui, un fenomeno di moda d’importazione
Io non sono edotto perfettamente su quanto Ikea sia radicata fortemente negli altri paesi europei ed extraeuropei. Non mi sembra lo sia tanto. In Italia lo è e quindi la tua analisi mi sembra si riferisca e sia consona soprattutto alla realtà italiana. Questo al di la del discorso sul “nomadismo” in generale. Mi sembra inoltre – e perdonami se mi viene da pensarlo – che il tuo discorso sia una pubblicità gratuita all’Ikea….
Nemmeno io conosco effettivamente la situazione nei paesi esteri citati, faccio delle ipotesi a sostegno della tesi.
Certo l’indice di crescita e la sua diffusione quasi endemica mi portano a pensare che sia abbastanza radicata o lo sarà in breve tempo.
E’ comunque vero che l’articolo iniziale era centrato sulla situazione italiana; non era assolutamente mia intenzione, invece, fare della pubblicità gratuita (il “quasi ringraziare” è in corsivo per questo motivo), ma, credo che per la natura degli argomenti trattati in questo blog sia difficile aggirare l’ostacolo…resto comunque convinto, come scrivo in fondo all’articolo, che, il modello Ikea non mi piaccia; non condivido il loro approccio attuale: per deontologia professionale (sono un designer) credo che la qualità dei prodotti sia imprescindibile; credo inoltre nel rispetto della paternità intellettuale delle idee (Ikea ci ha spesso abituati a vedere dei classici del design scandinavo bellamente copiati).