“Signore, abbiamo avuto notizie dal mondo di là. Dicono che il Dolce Morbo si stia diffondendo a macchia d’olio. O di Leopardo. E’ ancora poco chiaro.” Un uomo ansimante, sudato, si inginocchia. Le punte dei capelli umidi sfiorano il terreno sassoso.
“Quali sono i sintomi del male?”
“Signore, le persone vengono colte da uno stato di insonnia non naturale. Sembrano vive e sveglie, ma in realtà dormono profondamente e fanno tutto il tempo sogni malsani. Pensano di essere soli e non riescono ad entrare in contatto con gli altri, afferrano il buio con le braccia smorte. Soffrono pene che non sanno nominare, perché hanno perso quel tipo di linguaggio. Si sentono circondati da nemici e agiscono con diffidenza nei confronti dei loro stessi affetti. Non hanno altro conforto che quelli che gli viene fornito dai messaggeri degli dei. Sentono di essere liberi, possono muoversi da un regno all’altro, ma non possono assaporare questa libertà perché il Dolce Morbo toglie la loro capacità di provare sensazioni quali gusto, tatto…”
Una nebbiolina fine si addensa ai piedi dei colli scuri, dove l’esercito dei Narratori Bianchi si sta compattando. Ci sono molti fuochi che brillano nel grigiore, adesso.
“Come viene diffuso il Dolce Morbo?”
“Non ne sappiamo esattamente l’origine. Di certo si sa che gli umani vengono fin dall’infanzia imbottiti di un mix di medicinali che hanno (a quanto viene dichiarato) lo scopo di proteggerli da malattie e disfunzioni dell’organismo e della mente. Le medicine vengono somministrate da abili Sorveglianti che le distribuiscono ai quattro angoli del mondo, i Sovrani dei Regni sono consenzienti e hanno interesse che le loro popolazioni siano in questo stato di salute. Si sospetta che le stesse medicine che assumono i popoli fin da bambini siano alla radice del male che li affligge.”
L’uomo con le bende bianche fa un gesto e si lascia cadere di nuovo sul giaciglio dal quale si era alzato. Una donna gli si avvicina e gli cinge le spalle. Dà una mano al messaggero e lo invita a ristorarsi di fronte alle fiamme.
“Nessuno ne è immune?” Chiede la donna, gli occhi nel fuoco.
“Ci sono alcuni, mia Signora, che sembrano avere una reazione strana a questi medicinali. Non parlo dei dissidenti dichiarati, loro sono l’altra faccia del Dolce Morbo. Parlo di alcuni che si sentono dispersi e cominciano a guardare meglio intorno: tutto dà ragione di credere che si accorgano che qualcosa li ghermisce sottilmente e una bugia è stata raccontata. Seppure non abbiano parole per spiegarlo e non possono verificarlo. Così non ne fanno parola se non raramente. Alcuni, pare, abbiano trovato il modo di non prendere le medicine con regolarità, il che li rende più sensibili.”
L’uomo sul giaciglio respira cautamente.
“Abbiamo un cammino aspro di fronte a noi. Questi uomini, non possiamo lasciarli addormentati nel Dolce Morbo. Non tutti loro forse vorrebbero essere guariti, ma dobbiamo offrire la nostra mano a chi lo desidera. Val la pena di combattere per chi ne apprezzerà gli sforzi e per chi li osteggerà. Dobbiamo sradicare le origini del Dolce Morbo.”
“Ricordo un’antica poesia, narrava di mari e distese calme.” La donna prende la parola con una dolcezza infinita. “Una poesia composta con un linguaggio antico e dimenticato. Aveva un potere…. Narrava di montagne avvolte nel fuoco e di ghiacci insondabili. Di creature che si stendevano nel vento e soffrivano, benedicendo il cielo per le loro lacrime, solo perché erano lacrime vere. Ogni notte si addormentavano, ogni giorno si svegliavano senza sapere nulla di cosa fossero state il giorno prima, eppure, qualcosa le portava ad avanzare. Non smettevano mai di avanzare. Alcune cadevano, altre le rialzavano, altre si inchinavano alla potenza dei mari e dei cieli… E ogni nuovo giorno una passava ad un’altra la mano per avanzare assieme. Piangevano forte. Ed erano così vive.” La donna ha gli occhi lucidi e si passa le bende su di essi.
“La Poetica del Risveglio, vuoi dire?” Le chiede l’uomo. “E’ una composizione antica e dal potere immenso. Nessuno l’ha più saputa decifrare.”
Lei annuisce silenziosa. Intorno, i fuochi brillano e l’esercito si compatta, silenzioso.
“Messaggero. Torna indietro e vai ad indagare ancora. Abbiamo bisogno di più informazioni. Vai a cercare la cellula degli infiltrati. Loro sapranno darci maggiori indicazioni.”
Il messaggero si alza, si inchina e scompare nella nebbia fitta.
La Poetica del Risveglio
Pubblicato Luglio 6, 2009 Letteratura Leave a CommentTags: narratori, narrazione, risveglio, storia
Luoghi comuni – antichi mondi paralleli
Pubblicato Luglio 3, 2009 Letteratura , Mondo e Paese , Persone 2 CommentsTags: cohelo, convinzioni, libri, luoghi comuni, narratori, Persone, saggi
Siamo al raduno dei colli scuri, in attesa che i Narratori Bianchi sopraggiungano da ogni parte del mondo e da ogni epoca. Ognuno ha diritto a partecipare, purché il suo cuore sia puro e così sia quello di coloro che si portano appresso, chiusi nelle loro sacche cariche di storie e di energie antiche. Ci mettiamo attorno al fuoco, il vento del crepuscolo sfiora gli animi, in silenzio. Uno dalla corporatura possente e le braccia forti incrociate sulle ginocchia, le bende bianche che si muovono dolcemente con il vento, prende a raccontare.
“C’era una volta un mondo in cui tutto avveniva per semplificazioni. Le semplificazioni erano utili a rendere accessibili i significati, per tutti. Soprattutto servivano a dar forza e motivazioni di vita a chi aveva bisogno di cibo mentale già masticato. Furono convocati i più illustri e saggi del mondo, con il voto di non abbandonare l’impresa fino che fosse conclusa. Ci si misero di impegno, lessero volumi delle mille biblioteche del mondo, spremettero meningi a tutte le persone che incontravano per strada, chiesero i consulti dei più grandi statisti e delle donne più vecchie. Dopo lunghi anni di fatiche, fu forgiato un grande libro, un libro magico perché non conteneva parole, ma solo una serie di codici combinabili che potevano essere diversi per ogni epoca che l’apriva. I codici si nutrivano e si ricombinavano grazie a dei diligenti sorveglianti, che ad ogni ciclo storico erano incaricati di aggiornare il libro, immergendolo nel mondo in cui vivevano fino a completo assorbimento. Il libro serviva a dispensare consigli e certezze, era il libro delle risposte sicure, quello delle verità granitiche che nessun “normale” osava contraddire. Gli uomini potevano dunque aprire il libro e assumere come propri questi codici che si trasformavano in convinzioni sociali da cui non era necessario scappare. Si poteva però, a seconda del grado di volontà individuale, andar a cercare dietro quelle convinzioni e scoprire un mondo parallelo, formazioni di lunghe serie di significati, quelli che i saggi vi avevano riposto segretamente sudando anni di duro lavoro. Solo pochi riuscivano a percorrere questi mondi paralleli, ma la soddisfazione era grande e costoro si riconoscevano dal sorriso trasognato che li caratterizzava. Un bel giorno la procedura si assestò a tal punto – e la paura dettata da un falso ed esagerato senso di onnipotenza pervase a tal punto gli uomini – che il libro venne dimenticato e le convinzioni presero a crescere indipendentemente dal meccanismo inventato dai saggi. Queste convinzioni si trasformarono sempre più in Luoghi Comuni, dove le persone potevano andare a rifugiarsi ad ogni sconfitta, ad ogni dubbio, ad ogni cedimento dell’animo. Le persone cominciarono a rifugiarcisi sempre più spesso, a inventarne sempre di nuovi fino a coprirsene completamente. L’unica libertà dei singoli stava nell’infarcire di originalità quelle convinzioni, rendendole ogni volta più grottesche o forzandole. Il libro dei saggi era stato disperso, i sorveglianti non avevano tramandato l’arte nel tempo, e gli uomini si erano inceppati, appesantiti da luoghi comuni troppo
chiusi e vincolanti, ingigantiti dalle loro stesse paure.”
“Fa parte, anche questo, della nostra missione? Trovare i mondi dispersi dietro ai luoghi comuni, depurandoli? Cercare i significati sociali che essi avevano all’epoca dei Saggi?” Domanda una donna, le braccia bendate, lo sguardo profondo immerso nel profilo delle colline.
In proposito dei luoghi comuni esiste un poetico e commovente, a tratti divertente elenco di luoghi comuni occidentali redatto da Paulo Cohelo, di cui il più bello è il numero 18: “Mantenere il sorriso sulla faccia quando vorresti veramente piangere. E dispiacerti per coloro che mostrano i loro veri sentimenti”.
Narratori bianchi al servizio della patria
Pubblicato Luglio 2, 2009 Letteratura , Narrativa e fantasia 1 CommentTags: assouline, borges, Letteratura, libro, missione, oral, scrittori, sociale, Società
Si sta formando un esercito. Alle pendici dei colli scuri si radunano uomini valorosi, donne coraggiose con gli avambracci bendati di bianco, si siedono mano a mano all’ombra di tende erette da poco, accendono fuochi, si dissetano prima della grande avventura. Hanno una missione grave da compiere, nell’eterna lotta fra il bene e il male. Non hanno armi, hanno nelle sacche dei volumi di ogni genere, e ognuno di loro possiede una penna, con una forgia diversa.
Che cosa può significare scrivere? Per quale motivo una persona dice “voglio scrivere, mi piace scrivere?” Quale connessione può trovarsi fra “il libro” e “lo scrivere?”
Borges ci racconta in Oral che il libro ha acquisito nei secoli uno status sempre più importante. Forse all’epoca della biblioteca alessandrina il libro non era considerato in quanto tale uno strumento autorevole e fondamentale per la cultura. Sappiamo che molto dei maestri dell’antica Grecia diffondevano le loro lezioni oralmente. Eppure, nel tempo, passando per i libri sacri contenenti “la parola” siamo arrivati agli ultimi secoli, in cui sempre di più si è sentita la necessità di usare il libro come strumento culturale di trasferimento. Un libro può dirsi per Borges un prolungamento e un’espansione della mente di un individuo. Un libro è forse un mondo stesso, una creazione del “dio” che scrivendo dà vita a qualcosa che poi può tramandare. Leggendo, si può entrare nella mente dello scrittore. Naturalmente non è la scrittura fine a se stessa, lo stile che contano. “Voglio scrivere” non può e non deve mai essere un atto egoistico per un proprio tornaconto. L’esercito che si sta radunando ai piedi dei colli scuri, con in mano penne e libri è un esercito di persone che fa della ricerca il proprio motto, persone che sanno cercare dentro e fuori dei propri confini umani, che hanno il dono di navigare nei tempi e negli spazi per poi rielaborare, esprimere alle persone del proprio tempo e a quelle che verranno un nuovo modo di vedere, di affrontare, di immaginare. Pierre Assouline (critico letterario francese) considera la letteratura indispensabile fonte di valore sociale e politico, criticando il sempre minore peso che le viene dato nelle scuole. Se gli studenti – cioè coloro che hanno in mano il domani – vengono giudicati solo sui dati immagazzinati con precisione, infarciti di tecnicismi, lodati quando sono senza emozioni, e viene loro richiesto principalmente di sapere a memoria, calcolare, ripetere…e non di immaginare, vedere con occhi diversi, non di creare… Come potremo andare avanti?
E’ necessario oggi che l’esercito dei narratori bianchi si formi e prosegua un fine comune, nell’eterna lotta fra il bene e il male.
Perché bianchi? L’energia creativa, si sa, può anche essere usata con fini maligni. e noi abbiamo bisogno dei coraggiosi fra i più coraggiosi, che sapranno creare per il bene – cosa nettamente più ardua che farlo per il male.
L’occhio o il rossetto ?
Pubblicato Luglio 2, 2009 Manifestazioni visive , Persone Leave a CommentTags: foto, fotografia, giappone, maison europeenne de photographie, nippon kobo, Noboyushi Araky, spazio forma
Sta piovigginando. Sono sulla bicicletta a zonzo, intorno alle 19, per le strade di Milano e c’è traffico, aria gonfia di tubi di scappamento, un sacco di persone nervose che esplodono fuori da uffici e negozi, un’aria appiccicosa che ti rimane addosso e traspira dalla pelle per tutta la notte. Pedalo. Vado a zonzo. Pedalo. Pioviggina e forse è ora di raggiungere casa. Però… Ho voglia di fare un salto allo spazio fotografico Forma, che non sta lontano da dove mi trovo. C’ un discreto numero di persone che stazionano all’ingresso e – strano visto che di solito non ci sono code -. In effetti anche stavolta non c’è coda. C’è solo un po’ di gente sparsa che blatera o blatera fumando. Entro. Scopro di essere finita per caso all’inaugurazione della nuova mostra in programma, Nippon Kobo, espongono 13 fotografi della Maison Europeenne de la Photographie, tutti giapponesi. E’ persino gratis. Nonostante lo smog appiccicato sulla pelle, i capelli scarmigliati e l’abitino da ufficio un po’ stropicciato mi faccio largo. Scopro di essere l’unica a non avere i tacchi e ad avere i capelli spettinati e la faccia sicuramente stanca e lucida. Passo sotto gli angoli sperando di non essere troppo notata e scrupolosamente tengo gli occhi incollati alle fotografie. Sono sguardi. Improvvisamente colgo una piccola storia intima, una storia a dire il vero tragica, quella di una donna, con un gatto, che balla. Poi la stessa donna, che è in ospedale – vediamo solo la sua mano stretta ad un’altra – e poi il suo gatto ripetuto, poi la donna fra i fiori di una bara, e… Mi viene da piangere. Non so come un fotografo (Noboyushi Araky ) abbia potuto raccontare una tragedia – era la donna sua moglie – con uno sguardo così intimo e quasi sereno. Proseguo e commossa mi fermo su alcuni altri sguardi ripiegati in una quotidianità in evoluzione, in un giappone antico e moderno piegato ai ritmi del consumismo o dagli strascichi della guerra mondiale. Ci sono altri punti di vista che mi commuovono. Un occhio lucido sulle costruzioni umane, fredde e non abitate dagli uomini: come possiamo essere animati da tanta freddezza per costruire le nostre case, i nostri monumenti moderni?
Proseguo e noto fuori dalle foto sempre più tacchi, gonne, pizzi che si sfiorano, profumi speziati e colori. Alzo un poco lo sguardo sempre senza farmi vedere e mi trovo circondata da belle donne, uomini discretamente strambi ma molto di tendenza e li vedo chiacchierare, sorridere, sventolarsi, sbaciucchiarsi con la punta delle labbra protese, li vedo rincorrersi, gli uomini che chinano di lato la, testa, le donne con le labbra dipinte e il sorriso a 33 denti, e si aggirano fra le foto e quasi nessuno sembra guardarle veramente. Allora mi sono domandata. Ma chi sono queste persone? Perché seguono la fotografia? Cosa fanno? Che cosa è la fotografia oggi?
La mia risposta in base a ciò che ho visto nelle foto è stata che la fotografia oggi è uno sguardo, non una qualità tecnica o scenica, è il saper guardare e offrire agli altri uno sguardo umano, un punto di vista, un’avventura, un segreto svelato. In base a quello che ho visto fuori dalle foto la fotografia oggi è un ritrovo per ricchi di tendenza che si osservano fra loro alla ricerca di uno scatto in più. Posso sempre errare.
Uomo onnipotente che governi il cielo e la terra
Pubblicato Luglio 1, 2009 Mondo e Paese , Persone Leave a Comment
Finalmente. Non aspettavamo altro per avvicinarci a Dio. Ai poteri superiori. All’onnipotenza divina e divinatoria. Niente più ansie. niente più terrori. Niente più dimostrazioni che il nostro stile di vita può per com’è impostato generare delle anomalie anche gravi nei nostri pargoli. No, no. Noi uomini: tutto giusto. E la vita la possiamo decidere noi onnipotenti. Ci hanno fatti o no a sua immagine e somiglianza?. Che noia fino ad oggi aspettare quella sorpresina. Lo sapevate vero che si possono scegliere i geni del proprio figlioletto? Da un articolo uscito su D-Repubblica nella settimana corrente. “Bambini à la carte.” Che carini quelli che spendono i soldi e le energie in questo tipo di ricerche. Diranno di sicuro che sono finalizzate a cancellare malattie genetiche o altro. Dietro però risplende sempre lo spettro del potere umano sulla vita. Modificando il caso divino, sostituendo l’uomo con la sua finitudine a qualcosa di molto più ampio: valido per chi crede e per chi no. Avreste voluto che i vostri genitori scegliessero il vostro sesso, la vostra faccia? Possibile che si contempli anche solo questa possibilità? Nessuno, nessuno può avere la presunzione che l’uomo da solo possa governare la vita, e magari il motivo è che un giorno vorrà governare la morte. Rifuggire da questi istinti e lottare per immettere le energie nella positività. Non facciamoci abbindolare.
Care cameriere della catastrofe
Pubblicato Luglio 1, 2009 Domande , Marca , Media Leave a CommentTags: catastrofi, catastrofismo, influenza, Media, paura, quarto potere, stampa, wells
DIRETTORE: “Alziamo il livello di paura di 224 punti percentuali rispetto a: sentimento patriottico, evasione, scandalo, progresso infinito, sentimento razziale e rivoluzionario. Alziamolo, ché ultimamente avevamo registrato dei cali troppo forti con conseguenti sommosse e tentativi di opposizione alle normali regole di sottomissione.” Dalla Zentrum Trasmissioni, comunicazioni aperte su tutti i canali, con lo stesso tema.
TELEGIORNALISTA: “Cari spettatori, ascoltate. Avrete di sicuro molta paura oggi perché sono successi parecchi disastri. Ed è solo con una grande fiducia nel governo e in tutte le persone che si occupano delle cosa pubblica, che potrete sopravvivere e continuare ad uscire di casa. Ascoltate, gente, ascoltate.”
A reti unificate. Cade un aereo, 200 morti. Terremoto. Esplosione. Cordoglio, lacrime e terrore. Recriminazioni. Licenziamenti. Crisi.
PUBBLICO: “Oooooh. Che paura. E’ proprio vero oggi il mondo è brutto e difficile. E la vita è proprio senza certezze, un giorno ci sei…E poi che brutto tutto è così corrotto, complesso, triste. Non ci si può fidar più di nessuno, nessuno. Non abbiamo scelte. Nessuna scelta se non guardare al nostro piccolo giardino, dobbiamo pur sopravvivere alle catastrofi.”
Giusto. Se non c’è un livello adeguato di paura, d’altronde, come si fa ad accettare la lunga serie di soprusi che sono inflitti ai cittadini con il sorriso sulle labbra, cittadini che sono chiamati liberi a decidere liberamente della loro esistenza?
Che cos’è il catastrofismo ? Qualcuno ne parla. Dicono si tratti di una normale evoluzione della terra attraverso alcuni drastici cambiamenti ambientali. Come vedete qui. E a livello mediatico? E’ la tendenza dei mezzi di informazione a inondare le pagine dei giornali, le dirette televisive e radiofoniche con maremoti e uragani, catastrofi che più grandi sono meglio è. Un altro esempio di catastrofismo: “coloro che acquistano il giornale sono a loro volta il prodotto che viene venduto alle imprese che acquistano spazi pubblicitari; il giornale in sé ha solo marginalmente il ruolo di prodotto” (Noam Chomsky). Dovremmo ormai saperlo e non è questo un motivo per darsi all’allarmismo. Ma se non è stato ripetuto abbastanza, dobbiamo ripetercelo ancora.
Abbiamo la libertà, è vero, siamo in un paese democratico, è vero, ma le stesse catene che questo tipo di libertà ci impone sono contenute nella stessa ampiezza delle scelte che abbiamo a fronte delle scelte obbligate che invece siamo costretti a fare. Quali si chiederanno i più? Eh, eh… Indovina indovinello.
Viene anche da chiedersi il perché la stampa sia stata definita “Quarto potere” cioè la capacità dei mass media di influenzare le opinioni e le scelte dell’elettorato. Semplicemente potremmo chiederci perché i giornalisti non vengono mandati a caccia di notizie positive – non scandalose, non catastrofiche, non apocalittiche, non insidiose. Oltre ovviamente ai fatti importanti di cronaca. Ma è importante davvero che al TG serale venga mandata la notizia che un ragazzo si è buttato da un balcone? Con tutto il rispetto per il ragazzo, chiaramente. Non sembra essere una notizia di interesse nazionale dall’urgenza di essere proiettata sul TG. E se andassimo a cercare le positività? La gente che fa del bello? I piccoli miracoli? Perché non dovrebbero piacere? Perché non dovrebbero mettere speranza nel cuore della gente, dar loro il buon umore, dar loro fiducia che da qualche parte qualcosa di bello sta accadendo?
Il tam tam mediatico che accentua la paura – degli stupri, dei romeni, delle catastrofi – non è altro che un ulteriore incentivo a vedere tutto nero, a far sentire le persone non sicure, ad avvicinarle sempre di più nelle mani di un potere oligarchico, non trasparente, di natura dittatoriale politica od economica. Non guardiamo il nostro attuale governo o i nostri politici, ampliamo lo sguardo su un’epoca storica che da democratica si sta trasformando in qualcosa che ancora non comprendiamo ma che non è democrazia nel senso ideale inteso.
Sicuramente non possiamo fare altrimenti, ma non dobbiamo farci vincere dalla commozione o dai sentimenti di paura che i media possono suscitare. Siamo per caso diventati schiavi delle catastrofi come la cameriera di Belle&Sebastian ?
Dobbiamo comprendere che c’è altro, tanto altro che possiamo vedere. E che non sempre quello che ci viene mostrato è veritiero. Verificare la veridicità delle informazioni e capire come esse si muovano nei diversi periodi politici, economici, globali. Forse alcune macchine sono così grandi che nemmeno i più alti di noi possono vederne i contorni. Forse l’ingranaggio è molto più rodato di quanto sospettiamo. Però. Sapere e mantenere un occhio critico e lucido è l’unica via di uscita. Sono questi umili spunti in attesa di trovare interlocutori che li contestino o li approfondiscano. Chi vuol cogliere.
Lutto mitologico
Pubblicato Giugno 26, 2009 Persone Leave a CommentTags: lutto, micheal jackson, mito, morte, neverland
Accade ad un certo punto. Un uomo, un giorno, se ne va. Fermi. Non era propriamente un uomo. Era quello che una volta rappresentavano i miti, quelli come Zeus, Apollo, Athena – che non hanno mai smesso di esistere, da più di tremila anni. Oggi però, la nostra mitologia underground si basa su una cerchia di persone in carne e ossa. Questi nostri miti hanno la stessa funzione di Apollo, Zeus, Athena. Illuminare, violare le regole, mostrare la strada o la propria magnificenza, il proprio essere sopra qualsiasi giudizio terreno. Noi li seguiamo, ne siamo curiosi, imitatori, annichiliti. Ci scordiamo spesso di un particolare: questi nostri miti sono umani e non sono solo leggende dipinte sui vasi e sulle pareti delle chiese.
E – in questa profonda umanità – commettono nefandezze, errori, mostrano debolezze. La reazione più strana ce l’abbiamo quando questi miti scompaiono inaspettatamente. Quando rivelano il culmine della loro umanità. La forza di un mito è tale che la sua fine può lasciarti esterrefatto, fermo, angosciato, malinconico. Dentro la nostra emozione è la fine del mito che rimbomba. la fine dell’illusione che avevamo costruito.
Micheal Jackson, un’anima con un’energia e un talento estremi, ma uno sviluppo interiore ancora in fasce. Se solo una persona con una tale energia fosse stata consapevole di se stessa e dei propri desideri, dei propri limiti, forse non avremmo avuto un mito, ma un baluardo di speranza.
Musica per partito da camera (il PD alla riscossa!)
Pubblicato Giugno 25, 2009 Media , Società Leave a CommentTags: democratici, elezioni pd, franceschini, obama, pd, sinistra, travaglio, video, web
Se dovessimo definire quella del PD una musica sarebbe musica da camera, una camera d’albergo di quelli che dall’esterno sono a 5stelle ma la stanza che affitti è da quattro soldi. Vediamo la stanza da dentro. Dimessa, democratica, con un arredamento di basso costo. Siamo nella stanzetta. Vediamo il mondo da lì, con una web cam. Il mondo, dalla stanzetta, ci sembra vicino, dimesso, democratico, come noi. Noi così allo stesso modo dovremmo sembrare al mondo. Dimessi, democratici, e anche aggiornati, visto che usiamo la web cam per comunicare con l’esterno. Salvo poi uscire dalla stanzetta e trovarci in un intrico di corridoi illuminati, lampadari di cristallo, moquette rossa e poltroncine di velluto. Molti specchi. Ci vediamo molte volte riflessi, così da sembrare tanti. E nella luce, ci rendiamo conto di aver su uno smoking da gran sera e un bastone intarsiato ci sorregge mentre passeggiamo. Qualcosa non quadra? Ci chiediamo improvvisamente se dall’esterno, nella web cam, appariamo così come ci vediamo nello specchio, con panciotto, anelli preziosi e la camminata lenta. Ci guardiamo meglio nello specchio, scacciando il pensiero e ritenendo che la web cam possa essa stessa trasformare la nostra immagine, perhé la web cam, e la stanzetta dove viviamo sono mezzi democratici, moderni, alla mano. Così ci devono vedere dal mondo, questo è certo.
Siamo i leader del PD. I soliti, vecchi, barbosi leader del PD. Con il massimo rispetto per intelligenza e savoir faire, cultura e diplomazia, siamo fuori dal tempo. Non è che se un baronetto inglese si mette un paio di infradito di plastica improvvisamente è rappresentante degli squatter. O si? Il PD di oggi è convinto di apparire dimesso, umano e vicino alla gente che rappresentava (parlo al passato perché così è) e di ringiovanire solo usando mezzi democratici per comunicare e un modo dimesso di dire le cose (vedi il manifesto bianco scarno con la gente comune che spinge via berlusconi). Questo non è realistico, Farebbe più fortuna usando mezzi più preziosi e di massa, che lo rappresentarebbero più sincero: lontano dalla gente, com”è.
Lontana dalle persone che rappresentava perché non ne coglie mutamenti, velocità, esigenze o cultura. Oh, beh. La discrepanza è prorio nel tentativo di apparire dimessi e alla mano, se non possono esserlo intrinsecamente…
Franceschini è una brava persona, ma con il web non ha molto in comune. Viene semplice capirlo osservando questi tre video, uno di Obama, uno di Travaglio, uno di Fraceschini. Chi è il più democratico di sinistra e contemporaneo come il popolo che dovrebbe rappresentare?
Marketers – filosofi e filosofie all’avanguardia
Pubblicato Giugno 24, 2009 Marketing , Philosophy autogestita Leave a CommentTags: consumi, filosofia, marketers, Marketing, ricerca, ricerche di mercato, vendite
Conoscere la società e le pieghe dell’animo umano è sempre stato compito dei filosofi, dei letterati. Ora ci guardiamo intorno e dobbiamo ammettere che, nessuno meglio dei marketers – i famigerati operatori del marketing e di quella che viene definita “la comunicazione”, nessuno meglio della schiera di venditori in cui ci stanno trasformando conosce meglio la società. Fioriscono fior di ricerche su commissione, frotte di speciali inviati speciali, studi su studi di ordine psico-peda-socio-micro-pullulogici … Oggi un project manager sa molto più di quanto un filosofo possa immaginare. Sanno molto, perché i meccanismi di consumo e vendita si sono talmente evoluti che niente può paragonarsi ai ghirigori che i cosidetti operatori del settore si devono fare per convincere qualcuno a comprare proprio quel biscotto al cioccolato frollato su centomila altri sul mercato, proprio quella patatina alla paprika neoasiatica. Si fanno in quattro loro, per capire che cosa le persone possano desiderare ancora, se un biscotto al maiale arrosto o una bevanda di mosche suicide. Ed è qui che si sconfina nella filosofia. Una filosofia molto pratica, certo, e molto seriale. Una filosofia e un’antropologia che scandagliano continuamente e costantemente i più intimi meccanismi dell’animo umano, alle più segrete convinzioni, i più radicati istinti, il tutto finanziato dai colossi del consumo. Continua a leggere ‘Marketers – filosofi e filosofie all’avanguardia’
Hermes dal piede alato, ci sei ancora?
Pubblicato Giugno 24, 2009 Media , Società Leave a CommentTags: cultura, giornalismo, hermes, informazione, news, preistoria, stampa, tecnica, views
A cosa serve un giornale? A cosa, un libro? A cosa, una mappa del tesoro sulla barca dei pirati? A cosa, un’incisione sui sassi che viene recuperata millenni dopo essere stata realizzata?
Oggi si crede superfluo soprattutto ciò che è parte del bagaglio culturale dell’uomo. Oggi si crede inutile tutto ciò che non è “funzionale” al raggiungimento di un determinato risultato, attraverso dei meccanismi tecnici ben rodati. Oggi viviamo nel paradiso della tecnica, comunichiamo attraverso dei codici che si trasformano in immagini ma dietro le immagini digitali ci sono serie di codici incomprensibili ai più e detenute da una cerchia di studiosi matematici, digital-informatici. Oggi siamo convinti che qualcosa che solo per il fatto di chiamarsi “arte”, “letteratura”, “lettura” siano sinonimi di superfluo, di cui potremmo benissimo fare a meno.
Ora.
Ci ricordiamo che l’umanità si fonda sul proprio bagaglio culturale? Che le forme artistico-letterarie sono espressione di questo bagaglio e aiutano a rivederlo, trasformarlo, diffonderlo per un migliore progresso dell’umanità? Che informare significa “DARE FORMA” e cioè: ragguagliare, istruire, insegnare, dar forma a una cosa agli occhi della mente? I preistorici facevano quei cavolo di graffiti sulle pareti delle caverne e nessuno si è mai sognato di dire che non gli servivano ad un bel niente. Erano inestimabili per loro quei graffiti – e oggi noi li conserviamo con così tanta cura…! Ora noi crediamo di avere inventato tutto. Ma non ci ricordiamo che i Greci avevano fra i loro miti preso in grande considerazione Hermes, il messaggero dal piede alato (messaggero la cui funzione è, appunto, informare, tenere il patrimonio del sapere e portarlo in giro per far si che il mondo funzioni…)
Qualcosa oggi è cambiato. E’ cambiato il linguaggio condiviso, che oggi si fonda sulla tecnica, su codici matematici. Tutto ciò che esula da esso è inservibile. E i mercanti si sono accaparrati le notizie, come fossero monete di scambio. Non è apocalittico. E’ perfettamente realistico e ci navighiamo da molto tempo.
Noi dal canto nostro potremmo pensare di vivere senza informazioni. Belli tranquilli, a casa. Ignari. Con i nostri aggeggi tecnologici.
Una volta nel giornalismo si dividevano “news” e “views” per distinguere il punto di vista dal fatto accaduto in forma di pillola. Tutto ciò che non è puramente descrittivo è una “view” un punto di vista. E che male c’è se io ti dico che ti sto scrivendo questo commento con il mio specifico punto di vista? Il male entra in campo in un momento storico in cui sembrano essere non funzionali alla società proprio le parti culturali di essa, e queste vengono mercificate, trasformandole in prodotti capaci – sotto sotto – di influenzare economia e politica secondo schemi non noti alla popolazione. Tanto non sono utili, le informazioni. La popolazione potrebbe anche farne a meno. Soprattutto non è utile verificarne la provenienza. Sono oggetti di contorno. Che però orientano di molto la nostra vita, anche quotidiana. Ma non ce lo possiamo porre mai questo interrogativo. Non serve. E non abbiamo tempo.
In seguito all’articolo di Pensieroinformale sull’informazione e il suo uso. Continuiamo la conversazione.


Commenti Recenti